Prosegue davanti alla Corte d’assise di Brescia il processo per la strage di piazza della Loggia, l’attentato neofascista del 28 maggio 1974 che causò otto morti e oltre cento feriti durante una manifestazione sindacale. Al centro dell’udienza, le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio, ex ordinovista veneto ed ex collaboratore di giustizia, chiamato a testimoniare nel procedimento che vede imputato Roberto Zorzi, oggi cittadino statunitense, accusato di essere uno degli esecutori materiali dell’attacco.
Nel corso della sua deposizione, Stimamiglio ha ribadito un punto che, secondo l’accusa, rafforzerebbe la ricostruzione della matrice e dell’organizzazione dell’attentato. “Sono stati presenti solo i veronesi, con l’apporto logistico dei bresciani, ma quelli che erano in piazza erano solo veronesi”, ha affermato il testimone rispondendo alle domande del pubblico ministero Caty Bressanelli e del presidente della Corte, Roberto Spanó.
Una dichiarazione che colloca nuovamente Verona come centro decisionale e operativo dell’azione terroristica. Stimamiglio ha infatti sostenuto che l’input per la strage sarebbe arrivato da Besutti, circostanza che, a suo dire, spiegherebbe la presenza esclusiva di militanti veronesi nel luogo dell’attentato. “Per la strage l’input lo aveva dato Besutti e quindi c’erano solo i veronesi”, ha precisato davanti ai giudici.
Nel corso dell’udienza, l’ex ordinovista ha ripercorso anche precedenti confidenze rese agli inquirenti, ricordando un colloquio avuto in passato con Marco Toffaloni, l’ex minorenne condannato dal tribunale dei minori per il ruolo nello scoppio della bomba a Brescia. Secondo quanto riferito da Stimamiglio, Toffaloni gli avrebbe ammesso direttamente il proprio coinvolgimento nell’attentato, confermando la partecipazione all’azione terroristica.
Uno dei passaggi più rilevanti della testimonianza riguarda l’attribuzione materiale del posizionamento dell’ordigno. Stimamiglio ha dichiarato che a collocare la bomba nel cestino dei rifiuti sarebbe stato Paolo Marchetti, ex ordinovista, che si trovava in piazza insieme a Marco Toffaloni, Claudio Bizzarri e a una quarta persona, di cui però non è stato in grado di ricordare il nome. Un dettaglio significativo, considerando che durante la sua collaborazione con gli inquirenti, iniziata nel 2010, Stimamiglio non aveva mai citato Marchetti e Bizzarri.
Su questo punto, il testimone ha fornito una spiegazione diretta: “Avevo paura per la mia incolumità”, ha detto in aula, motivando così il silenzio mantenuto per anni su alcuni nomi chiave. Una giustificazione che la Corte dovrà ora valutare attentamente, anche alla luce delle altre testimonianze e degli elementi già acquisiti nel corso del procedimento.
Il processo in corso rappresenta uno degli ultimi tentativi giudiziari di fare piena luce su una delle pagine più oscure della storia repubblicana italiana, segnata dalla strategia della tensione e dagli attentati di matrice neofascista. La strage di piazza della Loggia resta un simbolo della violenza politica degli anni Settanta e del lungo percorso giudiziario necessario per accertare responsabilità e ruoli.
Le dichiarazioni di Stimamiglio si inseriscono in un quadro probatorio complesso, fatto di testimonianze tardive, riscontri indiretti e ricostruzioni storiche, che la Corte d’assise di Brescia è chiamata a valutare nel loro insieme. L’attenzione resta ora puntata sulle prossime udienze, che potrebbero portare nuovi elementi utili a chiarire chi decise, organizzò ed eseguì materialmente l’attentato del 28 maggio 1974.