Basta scorrere le cronache locali per rendersi conto che episodi legati all’uso o all’esibizione di coltelli e armi bianche nelle scuole non rappresentano più casi isolati. Nel Bresciano, negli ultimi mesi, si sono moltiplicate le segnalazioni di coltellini, lame, armi finte o improprie portate negli istituti, talvolta solo per esibizionismo, altre volte in contesti di tensione reale. Fenomeni che hanno coinvolto studenti sempre più giovani, fin dal primo ciclo scolastico, e che in alcuni casi hanno visto protagonisti anche adulti, come l’ingresso di persone in stato di ebbrezza armate e minacciose.
La preoccupazione si è riaccesa con forza dopo il recente accoltellamento di uno studente egiziano da parte di un coetaneo marocchino a La Spezia, un episodio che ha riportato al centro del dibattito il tema della sicurezza negli istituti scolastici. Da qui la domanda che torna ciclicamente: è opportuno introdurre tornelli, controlli agli ingressi o metal detector nelle scuole?
Il tema, già discusso in passato, è tornato alla ribalta dopo la proposta del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che ha ipotizzato la possibilità, per i dirigenti delle scuole considerate più a rischio, di installare tornelli, sistemi di controllo delle presenze e metal detector, eventualmente in accordo con le prefetture. In alcune realtà italiane la sperimentazione è già partita, ma nel Bresciano la risposta dei presidi appare tutt’altro che entusiasta.
Pur riconoscendo una crescente escalation di violenza, molti dirigenti scolastici esprimono forti perplessità sull’efficacia di questi strumenti, ritenendo che il problema sia molto più ampio e di natura sociale. A Brescia, la dirigente del liceo classico Arnaldo, Elena Lazzari, si dice contraria all’introduzione dei tornelli: «Anche senza coltelli i ragazzi sono capaci di picchiarsi. Gli investimenti dovrebbero andare verso un sistema scuola diverso».
Secondo Lazzari, la sicurezza passa da classi meno affollate, spazi adeguati, mense, palestre e attività pomeridiane, capaci di trasformare le scuole in luoghi accoglienti e vissuti. «Fare delle scuole dei posti dove i ragazzi stanno bene è più efficace che controllarli come se fossero potenziali criminali», sottolinea, evidenziando anche l’importanza di intercettare i comportamenti violenti, lavorare sulle famiglie e contrastare la diffusione della droga. Nel suo istituto, ad esempio, lo psicologo è presente a tempo pieno.
Dal liceo al tecnico, emergono anche criticità pratiche. La dirigente dell’IIs Castelli, Simonetta Tebaldini, evidenzia problemi concreti: «Se il metal detector suona, io non posso perquisire uno studente. Dovrei chiamare ogni volta la polizia». A questo si aggiungono interrogativi su chi stabilisca quali scuole siano a rischio, sui tempi di accesso e sull’impatto organizzativo in istituti molto grandi, come il Castelli, che conta circa duemila studenti.
Tebaldini esprime inoltre un disagio più profondo: «I giovani faticano sempre più a discutere, passano subito allo scontro fisico. Non sono tutti così, ma ne bastano pochi». Anche in questo caso, la dirigente ricorda come la presenza di un solo psicologo sia insufficiente rispetto alle reali necessità.
Ancora più netta la posizione di chi lavora nella formazione professionale. Anna Maria Gandolfi, dirigente di Scuola Bottega, respinge l’idea dei tornelli e insiste sulla prevenzione precoce: «Bisogna iniziare dalle scuole dell’infanzia». Per Gandolfi, il tema è anche quello dell’inclusione reale degli studenti stranieri, che spesso vengono inseriti in classe senza una conoscenza adeguata della lingua italiana. «Così come sono, come possono seguire?», osserva, suggerendo percorsi linguistici prima dei ricongiungimenti familiari.
La dirigente richiama inoltre il ruolo delle famiglie e mette in guardia dall’illusione tecnologica: «Fatta la legge, trovato l’inganno». Racconta di aver sequestrato cinture con coltellini nascosti nella fibbia o lame in ceramica, difficili da intercettare anche con i controlli.
Dal comprensivo Tassara Ghislandi di Breno, che include indirizzi tecnici e professionali, la preside Roberta Pugliese sottolinea come nei laboratori scolastici siano normalmente presenti strumenti come forbici o cacciaviti: «I tornelli non risolvono il problema». A suo avviso, la scuola fatica ad agire in un clima generale di aggressività, che coinvolge anche gli adulti. Le sanzioni disciplinari risultano complesse da gestire, e mancano ancora indicazioni operative su enti e percorsi per i lavori socialmente utili.
Pugliese segnala però un elemento ritenuto più efficace: le telecamere di sorveglianza, già installate nel suo istituto. «Costano, ma funzionano come deterrente», afferma, ricordando anche episodi di violenza recenti sedati con difficoltà dal personale docente.
Il quadro che emerge è quello di una scuola in prima linea su un fronte sociale sempre più complesso, dove la sicurezza non può essere ridotta a una questione di varchi e metal detector. Per molti dirigenti, la vera sfida resta educativa, culturale e preventiva, e richiede risorse, tempo e una visione di lungo periodo.