Il 14 ottobre 2025 resterà una data scolpita nella memoria del Paese. A Castel d’Azzano, nel Veronese, una violentissima esplosione ha provocato la morte di tre carabinieri, impegnati in una perquisizione preliminare in vista di uno sgombero. Tra le vittime, due erano bresciani: il luogotenente Marco Piffari e il brigadiere capo Valerio Daprà, entrambi 56enni, entrambi uomini di lunga esperienza e profonda dedizione all’Arma.
Il Governo ha proclamato il lutto nazionale e disposto funerali di Stato. Le massime istituzioni della Repubblica, dal Presidente Sergio Mattarella alla premier Giorgia Meloni, hanno espresso il proprio cordoglio e solidarietà all’Arma dei Carabinieri e ai familiari delle vittime. Il Veneto ha annunciato tre giorni di lutto regionale, mentre in tutta Italia sono stati osservati minuti di silenzio in memoria dei caduti.
L’esplosione durante l’operazione
I fatti si sono consumati in via dei Frati, nel cuore di Castel d’Azzano. I militari del battaglione mobile di Mestre stavano eseguendo un intervento in un casolare pignorato e già venduto all’asta, appartenente ai fratelli Ramponi. Secondo la ricostruzione della procura di Verona, Maria Luisa Ramponi avrebbe saturato le stanze dell’edificio con gas proveniente da sei bombole, per poi scatenare l’esplosione lanciando bottiglie molotov al momento dell’ingresso delle forze dell’ordine.
Le bodycam degli operatori hanno registrato l’intera sequenza, culminata in un boato devastante. I tre carabinieri sono morti sul colpo, altri 17 tra militari e vigili del fuoco sono rimasti feriti. I fratelli Ramponi sono stati arrestati: la donna è ricoverata in gravi condizioni, mentre la procura ha aperto un fascicolo per omicidio volontario e premeditato, con possibile aggravante del reato di strage.
Due servitori dello Stato
Marco Piffari era nato a Taranto ma cresciuto a Rezzato, in provincia di Brescia. Arruolatosi nel 1987, aveva partecipato a missioni internazionali in Libano, Kosovo, Somalia e Iraq. Comandante apprezzato per equilibrio e senso del dovere, viveva a Sant’Ambrogio di Trebaseleghe e sarebbe partito a breve per una nuova missione in Libano. I colleghi lo ricordano come “il comandante gentile”, sempre pronto ad ascoltare e guidare con fermezza e umanità.
Valerio Daprà, nato e cresciuto a Brescia, aveva intrapreso la carriera militare nel 1988, dopo la formazione in Sardegna. Entrato nel 1° Battaglione Paracadutisti “Tuscania”, aveva poi prestato servizio a Roma, Ancona e Padova, diventando un punto di riferimento dell’Aliquota di Primo Intervento. Lascia la compagna Sandra e un figlio di 26 anni, Christian. I colleghi parlano di lui come un uomo rigoroso, riservato, ma profondamente legato alla famiglia e alla divisa.
Dolore e cordoglio
Il Presidente Mattarella ha parlato di “dolore profondo e solidarietà alla comunità dell’Arma”, sottolineando il sacrificio estremo dei tre carabinieri caduti mentre adempivano a un compito affidato dalla giustizia. Giorgia Meloni ha definito la tragedia “un attacco inaccettabile a chi difende la legalità”, chiedendo al Consiglio dei Ministri di osservare un minuto di silenzio.
Anche il presidente del Veneto Luca Zaia e il presidente del Senato Ignazio La Russa hanno manifestato la loro vicinanza, evidenziando come il sacrificio dei tre militari debba restare impresso nella memoria collettiva.
Una tragedia che si poteva evitare?
Secondo la procura, l’escalation dei fratelli Ramponi era nota da tempo. Già nel 2024, Maria Luisa Ramponi aveva saturato l’abitazione con gas per protesta contro lo sgombero, e in rete circolavano video in cui denunciava una presunta ingiustizia nella perdita della casa e dell’azienda agricola. Le sue parole oggi appaiono come un sinistro presagio, inascoltato o sottovalutato.
Il procuratore Raffaele Tito ha sottolineato che la minaccia era reale, concreta e consapevole. «Un gesto folle – ha detto – che ha trasformato un’operazione di legge in una carneficina».