La vicenda degli sversamenti di letame e liquami nel fiume Sarca torna al centro dell’attenzione pubblica, con toni sempre più duri. Dopo cinque anni di segnalazioni, sequestri e ordinanze, il problema resta irrisolto e continua a minacciare l’ecosistema del lago di Garda, una delle risorse ambientali e idriche più importanti d’Italia. A denunciare con forza la situazione è il presidente di Azienda Gardesana Servizi, Angelo Cresco, che parla apertamente di una condizione “intollerabile”.
Secondo Cresco, il nodo centrale non riguarda solo la tutela ambientale, ma anche la salute pubblica. Almeno dieci Comuni dell’area del Benàco, tra Veneto e Lombardia, prelevano acqua potabile direttamente dal lago, distribuendola a migliaia di cittadini. Un dato che rende la vicenda ancora più grave e urgente.
L’origine dell’inquinamento: una stalla già sequestrata
La fonte degli sversamenti è nota da tempo. A circa 1.500 metri di altitudine, in località Plaza di Sant’Antonio di Mavignola, nel Comune di Pinzolo, opera un allevamento la cui stalla era già stata posta sotto sequestro dalla Procura della Repubblica di Trento. Nonostante ciò, liquami e letame continuano a riversarsi nel Sarca, percorrendo decine di chilometri fino a raggiungere il lago di Garda, in prossimità di Torbole.
La questione è stata più volte portata all’attenzione della Provincia autonoma di Trento, anche attraverso interrogazioni consiliari, ma, a distanza di anni, la situazione risulta sostanzialmente invariata.
Il Sarca, asse ecologico strategico
Il fiume Sarca rappresenta uno degli assi ecologici fondamentali del Trentino e dell’Alto Garda. Con i suoi circa 80 chilometri di lunghezza, nasce a Madonna di Campiglio, attraversa le Giudicarie, la Valle dei Laghi e l’Alto Garda, fino a sfociare nel Benàco. Proprio per questo, l’impatto degli sversamenti non è locale, ma coinvolge un intero sistema ambientale.
Il Comitato permanente di difesa delle acque del Trentino ha recentemente diffuso un documento molto duro, parlando di “reiterazione sistematica di comportamenti incompatibili con la tutela ambientale, la salute pubblica e il rispetto delle regole”. Secondo gli ambientalisti, la vicenda è ampiamente documentata da atti ufficiali, sopralluoghi, ordinanze e interventi d’urgenza, senza che si sia arrivati a una soluzione definitiva.
L’indignazione degli enti gardesani
Alle parole del Comitato trentino si aggiungono quelle di Angelo Cresco e del vicepresidente della Comunità del Garda, Filippo Gavazzoni. Cresco non nasconde l’esasperazione: “Stento a trovare le parole, sono veramente indignato”, afferma, ricordando che Comuni veronesi come Brenzone, Torri del Benaco, Garda e San Zeno di Montagna, oltre a sei Comuni del Bresciano, utilizzano l’acqua del lago come potabile.
“Migliaia di persone bevono l’acqua del Garda”, sottolinea Cresco, paragonando la situazione a “un gioco dell’oca”, in cui, nonostante interventi e promesse, si torna sempre al punto di partenza.
Gavazzoni richiama invece il principio di responsabilità istituzionale: “L’acqua appartiene a tutti”, ricorda, evidenziando come il sistema idrico colleghi le Alpi al mare. Pur auspicando che i processi naturali di fitodepurazione possano mitigare parzialmente l’impatto, sottolinea la necessità di interventi immediati e risolutivi.
Ordinanze e fondi pubblici senza esito
Nel 2021 il Comune di Pinzolo aveva emesso un’ordinanza urgente per imporre la rimozione del materiale inquinante e la messa in sicurezza dell’area. Sono seguiti accertamenti del Corpo Forestale, confronti con l’Agenzia provinciale per la protezione ambientale e ulteriori solleciti.
L’amministrazione comunale ha anche realizzato una pista sull’argine del Sarca per consentire la rimozione dei liquami, sostenendo costi pubblici superiori ai 32 mila euro. Nonostante il sequestro disposto dalla Procura, i sigilli alla stalla sarebbero stati rimossi, consentendo la prosecuzione degli sversamenti, come riportato dalla stampa trentina.
I rischi ambientali e sanitari
Secondo il Comitato di difesa delle acque, i liquami zootecnici contengono elevate concentrazioni di azoto e fosforo, responsabili di processi di eutrofizzazione, oltre a cariche batteriche, patogeni e residui farmacologici, inclusi antibiotici. Sostanze che possono alterare gli equilibri microbiologici dei corsi d’acqua alpini e rappresentare un rischio per la salute umana e animale.
Una combinazione di fattori che rende il problema non più rinviabile.
Una domanda ancora senza risposta
La conclusione di Cresco è netta e resta sospesa come un atto d’accusa: “Chi deve intervenire adesso per porre la parola fine a questa situazione intollerabile?”. Dopo cinque anni di segnalazioni, interventi parziali e rimbalzi di responsabilità, la vicenda degli sversamenti nel Sarca continua a interrogare istituzioni e organi di controllo, mentre il lago di Garda resta esposto a un rischio ambientale che riguarda tutti.