Cresce il volume dei rifiuti radioattivi in Italia, con un incremento del +3,38% rispetto al 2023, mentre si registra un lieve calo dell’attività di contaminazione (-2,81%) legata al decadimento delle scorie al Cesio. È quanto emerge dall’Inventario nazionale 2024 dell’Isin (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione), che fotografa la situazione critica della provincia di Brescia, tra le aree più esposte a livello nazionale.
Nel territorio bresciano sono custodite 85.534 tonnellate di materiali contaminati, suddivise in nove siti considerati ad alta sorveglianza. Di questi, solo uno – la discarica ex Metalli Capra di Capriano del Colle – ha già avviato i lavori di bonifica, grazie ai fondi stanziati dal Ministero della Transizione ecologica.
Capriano del Colle: la discarica radioattiva più grande d’Italia
Il sito di Capriano rappresenta il fulcro dell’emergenza: 82.500 tonnellate di rifiuti contaminati – tra scorie saline, alluminio e terra – sono stoccate nell’ex impianto della Metalli Capra, oggi oggetto di un massiccio intervento di messa in sicurezza. Sette dei nove siti bresciani beneficeranno degli oltre 6 milioni di euro sbloccati nel 2019 per le bonifiche, ma i tempi restano lunghi e incerti.
Il nome della Metalli Capra ritorna anche a Montirone, dove sono presenti 21,8 tonnellate di scorie da fusione, oggi in carico alla Menoni Metalli, che ha acquisito il sito all’asta. Per questo intervento il Governo ha destinato un milione di euro, la stessa cifra prevista per il sito di Castel Mella, attualmente di proprietà della Green Mass Logistic, dove giacciono 9 tonnellate di rifiuti al Cesio.
Contaminazioni anche in città e nel resto della provincia
Nel capoluogo resta sotto osservazione la ex cava Piccinelli nell’area Cagimetal, dove sono stoccate 1.800 tonnellate di scorie di fonderia dal 1998. Le analisi radiologiche avviate a febbraio 2025 forniranno entro fine anno un quadro definitivo sulla necessità di bonifica o messa in sicurezza.
Sempre a Brescia, l’impianto di Alfa Acciai contiene 580,6 tonnellate di polveri di fumi contaminati, scarti derivanti da incidenti avvenuti nel 1997 e nel 2011. Anche in questo caso, lo Stato ha erogato un milione di euro per la messa in sicurezza.
A Mazzano, la Service Metal Company gestisce 25 tonnellate di scarti contaminati da Americio, stoccati in un bunker costruito con un investimento privato da 300mila euro. Per lo smaltimento lo Stato ha previsto un finanziamento di 125.830 euro.
Siti fuori dai finanziamenti, ma ancora attivi
Alcune aree, seppur escluse dai finanziamenti pubblici, rimangono operative e sotto monitoraggio. Le Acciaierie Venete di Sarezzo conservano 270 tonnellate di polveri di fumo in un bunker realizzato nel 2016, che ne garantisce la stabilizzazione ambientale. A Lumezzane, la Rvd ex Fonderie Rivadossi ospita 157 tonnellate di materiali contaminati all’interno di un sarcofago di 800 metri quadrati, realizzato nel 2008.
Infine, la Iro di Odolo, in Valsabbia, conserva 170 tonnellate di polveri sottili contaminate, derivanti da un episodio avvenuto nel luglio 2018, quando una fonte radioattiva schermata è finita nella colata di fusione. L’evento, non rilevabile dai sensori d’ingresso, ha innescato una procedura d’emergenza e le successive analisi hanno rilevato una contaminazione oltre i limiti consentiti, seppur a livelli relativamente bassi.
Situazione sotto controllo, ma la bonifica resta lontana
Nonostante gli investimenti e le misure di contenimento già in atto, la quantità complessiva di rifiuti radioattivi presenti nel bresciano continua a crescere, evidenziando una gestione complessa e prolungata nel tempo, che richiederà decenni per essere risolta. Alcuni materiali, infatti, necessitano di oltre 200 anni per completare il loro ciclo di decadimento naturale.