Caffaro, condannati i dirigenti per disastro ambientale a Brescia

Sentenza storica per il sito contaminato: quattro manager responsabili della mancata gestione del rischio ambientale. La Procura: "Chi inquina paga"

Quattro dirigenti della Caffaro di Brescia sono stati condannati per disastro ambientale, in uno dei procedimenti più significativi mai celebrati in Italia per inquinamento su scala industriale. Il sito produttivo, classificato come Sito di interesse nazionale (Sin), rappresenta oggi una delle aree più contaminate del Paese, al centro di un lungo e complesso processo di bonifica ambientale.

La sentenza del tribunale di Brescia ha stabilito le responsabilità per la mancata gestione del danno ambientale già in corso, imputando ai vertici dell’azienda l’omessa attivazione delle misure di contenimento dell’inquinamento, in particolare la manutenzione delle vasche e l’efficientamento della barriera idraulica. Condannati a due anni di reclusione Antonio Todisco, ex presidente del CdA, e Alessandro Quadrelli, ex rappresentante legale. Pena ridotta per due ex direttori di stabilimento: Alessandro Francesconi (1 anno e 9 mesi) e Vitantonio Balacco (1 anno e 2 mesi).

Secondo l’accusa, i dirigenti – pur non responsabili diretti dell’inquinamento originario, generato da gestioni precedenti – avrebbero dovuto intervenire per mitigare i danni ambientali. Il mancato rispetto delle prescrizioni ambientali e l’inerzia operativa hanno invece contribuito al protrarsi del disastro ecologico che interessa non solo l’area dello stabilimento ma anche la discarica Vallosa, dove sono state stoccate scorie provenienti dalla Caffaro.

La società Caffaro Brescia Srl è stata destinataria di una confisca di 4,6 milioni di euro e dovrà versare un risarcimento per danno ambientale, pari a 5 milioni, destinati – secondo quanto precisato dalla Procura – al potenziamento della barriera idraulica con la realizzazione di nuovi pozzi, da completarsi entro giugno del prossimo anno.

In un comunicato, la Procura di Brescia ha definito la sentenza come “una pronuncia di rilievo per un Sito di interesse nazionale”, sottolineando l’applicazione concreta del principio comunitario “Chi inquina paga”. Un passo giudiziario che potrebbe costituire un precedente per altri procedimenti ambientali a livello nazionale.

Anche Legambiente Lombardia è intervenuta sulla vicenda, ribadendo che “chi vive nei luoghi contaminati dovrà attendere decenni per vedere i risultati della bonifica”. L’associazione ha criticato la gestione improntata al profitto e l’impatto economico sulle casse pubbliche, chiamate a sostenere costi che “gravano sulla collettività, a scapito di servizi essenziali per il territorio”.

La zona contaminata di Brescia, simbolo di degrado e di emergenza ambientale, resta oggi sotto stretta osservazione, con un piano di intervento ancora in corso. La sentenza apre però una fase nuova, in cui la responsabilità penale si accompagna alla responsabilità ambientale ed economica di chi ha guidato l’azienda nel periodo critico.

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