Caffaro, disastro ambientale: contaminazione 10mila volte oltre i limiti

Quattro manager sotto accusa, emergono dati allarmanti sulle acque sotterranee

inquinamento smog

La situazione ambientale legata alla ex Caffaro di Brescia continua a destare preoccupazione, nonostante la chiusura delle attività da anni. Le analisi condotte dall’Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente) hanno rivelato valori di contaminazione che superano di oltre 10mila volte i limiti consentiti per legge, confermando la presenza di una sorgente attiva di inquinamento.

Il processo e le accuse

Al centro del processo, che vede imputati quattro ex manager dell’azienda – Vitantonio Balacco, Alessandro Francesconi, Alessandro Quadrelli e Antonio Todisco – vi sono accuse di disastro ambientale e mancato smaltimento di scorie pericolose. Durante le udienze, i tecnici dell’Arpa, tra cui Enrico Alberico, responsabile delle Bonifiche, e Paolo Olmi, ex dipendente di Idroambiente, hanno fornito testimonianze che dimostrano come la contaminazione sia rimasta attiva anche dopo la chiusura dell’impianto.

Le problematiche principali derivano da cisterne danneggiate e perdite di sostanze pericolose, tra cui cromo esavalente e clorati. Nonostante l’emungimento di milioni di metri cubi d’acqua contaminata, i livelli di inquinanti non solo non sono diminuiti, ma in alcuni casi sono aumentati, indicando la persistenza della fonte di contaminazione.

I dati sulle acque sotterranee

Uno studio recente, condotto da Arpa e presentato lo scorso ottobre, ha evidenziato dati sconcertanti. Le concentrazioni di alcune sostanze tossiche risultano ben oltre i limiti di sicurezza:

  • Clorati: 2,547 milioni di μg/l (limite consentito: 250 μg/l)
  • Cromo esavalente: 2.573 μg/l (limite: 5 μg/l)
  • Arsenico: 2.587 μg/l (limite: 10 μg/l)
  • Pcb: 6,83 μg/l (limite: 0,01 μg/l)

Questi dati rappresentano un grave rischio per l’ambiente e la salute pubblica, richiedendo interventi urgenti di bonifica.

La condanna economica e il risarcimento

Non solo la giustizia italiana, ma anche quella europea si è pronunciata sulla vicenda. La Corte di Giustizia Europea ha condannato la multinazionale LivaNova, erede della Sorin Spa (ex Snia), a pagare 453 milioni di euro di risarcimenti per i danni ambientali causati non solo a Brescia, ma anche in altri siti di interesse nazionale come Torviscosa e Colleferro.

La necessità di una bonifica

Gli esperti sottolineano come la situazione rappresenti una minaccia per la qualità delle acque sotterranee e per l’intero ecosistema locale. Tuttavia, il percorso per la messa in sicurezza e la rigenerazione del sito appare ancora lungo e complesso.

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