È tornato davanti alla Corte d’Assise il processo a carico di Roberto Zorzi, accusato di essere tra gli esecutori materiali della Strage di Piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974. L’udienza odierna si è concentrata sulla testimonianza di Ombretta Giacomazzi, figura chiave per la ricostruzione del contesto storico e relazionale in cui maturò l’attentato.
La Giacomazzi, all’epoca legata sentimentalmente a Silvio Ferrari, giovane militante di estrema destra morto pochi giorni prima della strage mentre trasportava un ordigno su una Vespa, ha offerto un racconto denso di elementi ritenuti rilevanti dalla pubblica accusa. La sua famiglia gestiva una pizzeria frequentata da attivisti del neofascismo veronese e bresciano, tra cui proprio Marco Toffaloni e Roberto Zorzi.
Durante la deposizione, la testimone ha spiegato come, nei giorni successivi alla morte di Ferrari, un gruppo di frequentatori della pizzeria, tra cui i due veronesi, si sarebbe espresso con frasi che lasciavano intuire l’intenzione di vendicare l’amico scomparso. In particolare, secondo quanto riferito, Zorzi avrebbe pronunciato la frase “quello che non ha fatto lui lo faremo noi”, con riferimento a un fallito attentato al locale Blue Note, all’epoca noto per la sua identità culturale progressista.
“All’epoca non avevo compreso il significato di quelle parole”, ha dichiarato Giacomazzi in aula, “solo dopo la strage ho iniziato a ricollegare quei discorsi con quanto accaduto a piazza della Loggia”. Tuttavia, ha precisato di non aver mai sentito nominare direttamente la piazza durante quelle conversazioni e che la sua è una deduzione maturata col tempo, frutto di una riflessione personale e non di una rivelazione esplicita.
La testimonianza si inserisce in un quadro processuale già segnato dalla condanna a 30 anni inflitta a Marco Toffaloni, giudicato colpevole in sede di tribunale per i minorenni di Brescia come uno degli autori materiali dell’attentato, che provocò otto morti e oltre cento feriti. La Corte ora dovrà valutare l’attendibilità delle dichiarazioni e il loro valore probatorio nell’ambito dell’impianto accusatorio contro Zorzi.
Il processo rappresenta una nuova tappa nel lungo cammino giudiziario legato alla strage del 1974, uno degli episodi più drammatici della cosiddetta strategia della tensione. Dopo decenni di indagini e processi, si cerca ancora di fare piena luce su mandanti e responsabili materiali, in una vicenda che continua a suscitare forti emozioni nell’opinione pubblica e nei familiari delle vittime.