A Brescia le donne lavorano meno e guadagnano molto meno degli uomini. I dati raccolti nel biennio 2022-2023 dallo studio condotto dal gruppo di ricerca RES dell’Università degli Studi di Brescia per le Consigliere di parità regionali, fotografano una doppia disuguaglianza: occupazionale e salariale.
Solo il 40,96% delle donne è occupato nella provincia di Brescia, un dato che si colloca sotto la già bassa media regionale femminile (44,2%). Ma il dato più allarmante riguarda la retribuzione media annua: 53mila euro per le donne contro i 65mila degli uomini, con uno scarto che supera i 12mila euro lordi. Si tratta di uno dei gender pay gap più elevati di tutta la Lombardia, che nella media regionale si attesta comunque a un alto 20,1%.
Il divario non riguarda solo la paga base, dove si registra una differenza media del 15,9%, ma si amplifica ulteriormente nelle componenti accessorie dello stipendio, come bonus e premi, che arrivano a segnare una differenza media del 38%. Il gap è particolarmente pronunciato tra impiegati e operai, mentre tende a ridursi, pur restando consistente, tra dirigenti e quadri.
A Brescia, le donne dirigenti sono ancora pochissime. Nel 2022-2023 meno di un terzo delle posizioni dirigenziali erano ricoperte da donne, nonostante un incremento marginale (+0,7%) rispetto al periodo precedente. Va leggermente meglio nella categoria dei quadri, dove si registra un aumento del 3,7% nella presenza femminile, ma resta evidente la difficoltà ad accedere ai ruoli apicali.
Il fenomeno, noto come segregazione verticale, mostra come le donne, pur presenti in misura maggiore tra gli impiegati (oltre la metà del totale), faticano a salire nei ranghi professionali. Il mercato del lavoro bresciano continua dunque a presentare ostacoli strutturali all’avanzamento di carriera per il genere femminile.
Anche la posizione geografica dell’impresa incide direttamente sul livello delle disuguaglianze. Secondo il rapporto, le province di Brescia, Lecco e Sondrio presentano effetti amplificativi sul divario salariale, soprattutto sul monte retributivo lordo. In particolare, a Brescia il gender gap sulle componenti accessorie dello stipendio tra quadri e impiegati raggiunge il 46,6%, un valore tra i più alti della regione.
Al contrario, province come Milano e Monza e Brianza, pur non esenti da disparità, mostrano una tendenza alla riduzione delle distanze retributive, soprattutto quando le aziende hanno lì la loro sede legale. In alcune aree – come Lodi o Pavia – l’effetto contenitivo riguarda soltanto la paga base, mentre a Sondrio il divario risulta esteso su tutte le componenti retributive.
La fotografia che emerge è quella di una parità ancora lontana, con ostacoli che partono dal limitato accesso al mercato del lavoro e si estendono alla mancanza di equità salariale e di possibilità di carriera. Brescia, seconda provincia lombarda per numero di imprese, mostra quindi un paradosso: tanta imprenditoria ma poca inclusività di genere.
La strada verso l’equità richiede interventi strutturali, politiche attive per il lavoro femminile, maggiore trasparenza sulle retribuzioni e incentivi per la parità nei ruoli di vertice. Solo così si potrà invertire un trend che, ad oggi, non mostra segnali di reale inversione.