Castel d’Azzano e il delirio dei fratelli Ramponi: “Vi ho fatto esplodere, vi ho ammazzato!”

L’abitazione di via San Martino trasformata in un fortino: bombole di gas aperte, bottiglie incendiarie sul tetto e minacce ripetute. Il gip convalida gli arresti per strage.

La deflagrazione in una casa di via San Martino a Castel D’Azzano che ha portato alla morte di tre Carabinieri e all’arresto dei fratelli Dino e Franco Ramponi, mentre Maria Luisa Ramponi è ricoverata in terapia intensiva. L’ordinanza del gip Carola Musio, che ha convalidato i fermi e disposto la custodia cautelare in carcere per i due uomini, ricostruisce una dinamica in cui la volontà di opporsi all’esecuzione forzata dell’immobile ha assunto i contorni di una resa dei conti premeditata.

Le indagini hanno documentato che l’abitazione era sistematicamente resa pericolosa: gli inquirenti hanno rinvenuto otto bombole di gas, alcune già manomesse, e due bottiglie incendiarie pronte sul tetto della stalla. Secondo il gip, la materiale innesco dell’esplosione sarebbe stato determinato dall’accensione di un accendino da parte di Maria Luisa in un ambiente saturo di gas e cosparso di benzina; tuttavia, lo stesso giudice rileva il concorso materiale e morale dei fratelli Dino e Franco nell’attività criminosa.

Filmati raccolti dalle body cam di otto carabinieri mostrano scene concitate: i militari avevano raggiunto la stanza dove si trovava Maria Luisa dietro una parete, avvertendo l’odore di gas e lanciando comandi per fermare le persone presenti. Improvvisamente le fiamme si sono propagate, un agente è stato spinto all’indietro dall’onda d’urto e, secondo quanto riportato nell’ordinanza, dai presenti sono partite minacce di morte («Vi ammazzo tutti, bastardi») e dichiarazioni successive all’esplosione come “Ve lo avevo detto che sarebbe accaduto… vi ho ammazzati”, attribuite alla donna.

Le autorità hanno inoltre documentato comportamenti reiterati nel tempo: il 18 novembre precedente qualcuno aveva già aperto bombole quando l’ufficiale giudiziario si era presentato per notificare l’ordine di liberazione. In altri momenti i tre fratelli avevano sbarrato porte e finestre con spranghe e tavole, minacciando di lanciare bottiglie incendiarie dalla copertura e addirittura di uccidere gli animali dell’allevamento — circostanza, questa, che ha confermato la pericolosità delle azioni. Dino, in una precedente occasione, si era cosparso di liquido infiammabile minacciando di darsi fuoco; al termine dell’azione esplosiva lo stesso ha urlato “Ve l’abbiamo fatta pagare”, rivendicando con ciò il coinvolgimento dei tre nella condotta distruttiva.

La procedura esecutiva che aveva avviato la controversia risale al 2018 ed è legata a un prestito non onorato concesso da Credito Padano-Banco di Credito a Franco, che avrebbe determinato l’ordine di rilascio dell’immobile. Le difficoltà nell’accedere all’abitazione e la ripetuta saturazione di gas avevano più volte impedito l’ingresso degli ufficiali giudiziari e scoraggiato tentativi di mediazione, interrotti anche dall’intervento del Prefetto e del vicesindaco senza esito.

Il gip Musio sottolinea la gravità delle scelte compiute, anche alla luce della vicinanza dell’edificio ad altre abitazioni: il casolare confina con un immobile a 26 metri e dista 33 e 43 metri da altre due abitazioni, circostanza che ha aumentato il rischio per la popolazione circostante e ha portato alla qualifica dei fatti come strage. Nella sua ordinanza il magistrato descrive gli imputati come “socialmente pericolosi”, convinti della propria ragione con “lucida pervicacia”.

I fratelli arrestati si trovano ora in carcere in attesa delle determinazioni successive dell’autorità giudiziaria. Le indagini proseguiranno per accertare tutti i dettagli dell’accaduto, ricostruire compiutamente la catena di responsabilità e verificare l’eventuale coinvolgimento di altre persone o condotte connesse alla grave vicenda che ha causato vittime e ingenti danni materiali.

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