La vicenda del piccolo Marco, nove anni, ricoverato in un ospedale veneto con un tumore cerebrale ormai in fase avanzata, sta suscitando forte indignazione, mettendo in discussione l’operato di servizi sociali, struttura sanitaria e apparati giudiziari. Il bambino, oggi in condizioni critiche, non può essere visitato dalla madre, esclusa dalla sua vita in seguito a due provvedimenti di allontanamento disposti negli ultimi anni. La situazione, definita “disumana” da associazioni e attivisti, ha spinto la Garante per l’infanzia a richiedere verifiche approfondite sulle valutazioni e sulle omissioni che avrebbero accompagnato questo percorso.
Secondo la ricostruzione delle associazioni, i sintomi presentati dal bambino – vomito, svenimenti, cefalee, disturbi visivi – sarebbero stati per mesi interpretati come segnali di disagio psicologico, attribuiti alla separazione dalla madre e al presunto trauma emotivo derivante dai cambiamenti familiari. Nel frattempo, la malattia avrebbe continuato a progredire senza che venissero disposti controlli diagnostici adeguati. La diagnosi è arrivata solo nell’ottobre 2025, quando il tumore risultava già al quarto stadio, richiedendo un intervento neurochirurgico urgente. Dopo l’operazione, il piccolo risulterebbe parzialmente invalido, aggravando ulteriormente un quadro già compromesso.
Al centro della storia vi è Francesca, madre di Marco e dei suoi fratelli, una donna bresciana incensurata che aveva denunciato presunti abusi sessuali da parte dell’ex partner. Le segnalazioni, considerate dalla neuropsichiatria dell’Aulss3 di Venezia “probabili”, non impedirono però l’avvio di procedimenti che portarono alla dichiarazione di presunta “ostatività” materna e ai successivi provvedimenti di allontanamento. I minori vennero prelevati con due interventi traumatici, il primo nel 2022 e il secondo nel 2024, in circostanze ritenute eccessivamente invasive da associazioni e osservatori.
Differenza donna, intervenuta con una nota ufficiale, parla di una “catena di decisioni istituzionali disumane”, affermando che le condizioni del bambino sarebbero state “normalizzate” nelle relazioni dei servizi sociali, che lo descrivevano ben inserito nel nucleo paterno mentre il tumore continuava a crescere senza essere diagnosticato. L’associazione chiede ora la sospensione immediata delle misure che impediscono alla madre qualsiasi contatto con i figli, oltre a un’indagine sulle possibili omissioni mediche e sugli atti giudiziari che hanno portato all’attuale situazione.
Anche la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha espresso preoccupazione per l’andamento dell’intera vicenda. Terragni ha richiesto di verificare eventuali ritardi nell’intervento sanitario, chiedendo a servizi sociali, strutture di accoglienza e figura paterna – presso cui i minori risiedono dal luglio 2025 – di chiarire le misure adottate per la tutela della salute del bambino. La Garante ha inoltre ricordato che i malesseri del piccolo, inizialmente interpretati come manifestazioni psicosomatiche, avrebbero dovuto indurre un approfondimento medico tempestivo.
Oltre alla valutazione delle cartelle sanitarie, Terragni ha posto l’accento sulla necessità di consentire alla madre di visitare il figlio, vista la gravità delle sue condizioni. Una richiesta che intende riportare al centro il diritto dei minori a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, soprattutto nei momenti più delicati della malattia.
Il caso Marco diventa così emblematico di un sistema che viene accusato di non aver saputo proteggere il minore, nonostante i segnali clinici ripetuti e la complessità del contesto familiare. Le prossime settimane saranno decisive per chiarire le responsabilità mediche e istituzionali, mentre si attende una decisione urgente sulle possibilità di accesso della madre al figlio ricoverato.