Sparse tra campi e canali 83 piscine di liquami: sequestro a un biogas

Un impianto di Chiari finisce sotto sigilli per una presunta gestione illecita di rifiuti agricoli: oltre 209mila metri cubi di liquami non trattati correttamente e risparmi milionari ipotizzati dagli inquirenti

Un’indagine ambientale di ampia portata ha portato al sequestro di un impianto di biogas a Chiari, nel Bresciano, sospettato di aver gestito in modo irregolare enormi quantità di rifiuti liquidi di origine agricola. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, oltre 209mila metri cubi di liquami, un volume paragonabile a 83 piscine olimpioniche, sarebbero stati smaltiti o utilizzati senza rispettare i parametri imposti dalla normativa ambientale.

L’attenzione degli investigatori si è concentrata su presunte criticità nella gestione dei reflui zootecnici, che sarebbero stati distribuiti su terreni agricoli e in prossimità di canali senza un adeguato trattamento. In particolare, le analisi avrebbero evidenziato concentrazioni di nitrati superiori ai limiti consentiti, un aspetto rilevante per la tutela del suolo e delle falde acquifere, soprattutto in aree già considerate vulnerabili dal punto di vista ambientale.

Il cuore dell’inchiesta riguarda il funzionamento dell’impianto di biogas, strutture nate per valorizzare scarti agricoli e produrre energia rinnovabile, ma che richiedono un rigoroso rispetto delle regole. Secondo l’ipotesi accusatoria, i liquami non sarebbero stati sottoposti ai corretti processi di trattamento prima dello spandimento, trasformando un’attività potenzialmente sostenibile in una fonte di rischio per l’ambiente.

Le verifiche avrebbero inoltre portato alla luce un possibile vantaggio economico indebito per l’azienda coinvolta. Gli investigatori stimano che, grazie alle presunte irregolarità nella gestione dei rifiuti, la società avrebbe risparmiato oltre 1,2 milioni di euro, evitando costi legati al corretto smaltimento e al trattamento previsto dalla legge. Un risparmio che, se confermato, configurerebbe un danno non solo ambientale ma anche economico, alterando le regole della concorrenza nel settore.

Il sequestro dell’impianto rappresenta una misura cautelare significativa, adottata per impedire la prosecuzione delle attività ritenute illecite e per consentire ulteriori accertamenti tecnici. Le indagini mirano ora a chiarire l’effettiva estensione dell’impatto ambientale, valutando se e in che misura i terreni agricoli e i corsi d’acqua circostanti siano stati contaminati da un eccesso di nitrati, sostanze che possono compromettere la qualità dell’acqua potabile e degli ecosistemi.

Il caso riporta al centro del dibattito il tema della gestione dei rifiuti agricoli e del ruolo degli impianti di biogas, infrastrutture considerate strategiche per la transizione energetica ma che, se mal gestite, possono generare gravi criticità. Le normative in materia prevedono controlli stringenti proprio per evitare che l’utilizzo dei reflui zootecnici superi la capacità di assorbimento dei terreni, con conseguenze a lungo termine per l’ambiente e la salute pubblica.

Gli accertamenti proseguono, e sarà compito dell’autorità giudiziaria stabilire eventuali responsabilità penali e amministrative. Nel frattempo, l’inchiesta di Chiari si inserisce in un filone più ampio di controlli sul rispetto delle regole ambientali nel settore agroenergetico, evidenziando come la sostenibilità non possa prescindere dalla legalità e dalla trasparenza delle pratiche industriali.

La vicenda assume un rilievo particolare anche per il territorio bresciano, caratterizzato da un’elevata concentrazione di attività agricole e zootecniche. Il corretto equilibrio tra produzione energetica, agricoltura e tutela ambientale resta una sfida centrale, che casi come questo contribuiscono a riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni.

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