La specie più antica di melo ancora esistente, il Malus sieversii , ha trovato una nuova casa a Ome, nel bresciano. Conosciuto come il “nonno di tutte le mele”, questo frutto ancestrale risale al periodo Cenozoico, circa 60 milioni di anni fa. La raccolta di 250 esemplari negli Orti botanici di Ome segna un passo importante nella conservazione di una risorsa genetica unica, originaria del Kirghizistan.
Il bosco cenozoico e il progetto di conservazione
La realizzazione del nuovo bosco, denominato Bosco Cenozoico , è stata guidata dal cavaliere Antonio De Matola, curatore degli Orti botanici di Ome. « Non sono meli comuni, ma racchiudono un’eredità genetica di inestimabile valore , come confermato dagli studi della Fondazione Edmund Mach», ha dichiarato De Matola.
Il progetto ha preso il via nel 2022, quando un’équipe di botanici, biologi e storici ha intrapreso una spedizione in Kirghizistan per recuperare il materiale genetico del Malus sieversii. La spedizione ha permesso di riportare in Italia il DNA di questa varietà di melo, minacciata dall’intensivo processo di addomesticamento che rischia di farla scomparire.
Le origini del Malus sieversii
Scoperto negli anni Trenta dal botanico russo Nikolaj Vavilov, il Malus sieversii si distingue per la sua straordinaria resilienza ai cambiamenti climatici e ai principali patogeni che colpiscono i meli coltivati. Questa caratteristica lo rende un elemento fondamentale per il futuro dell’agricoltura, soprattutto in un contesto di crisi climatica che minaccia la sicurezza alimentare globale.
Resistenza e sostenibilità agricola
Gli studi condotti dalla Fondazione Mach sui semi kirghizi hanno mostrato un tasso di germinazione superiore al 95%, confermando la capacità di adattamento di questa specie. La straordinaria resistenza del Malus sieversii ai fattori ambientali avversi e alle malattie lo rende una risorsa preziosa per sviluppare meli più resilienti e sostenibili.
Collaborazione internazionale
La spedizione del 2022 è stata organizzata dall’ Associazione Nagasaki Brescia , in collaborazione con gli Orti botanici di Ome, il Comune di Ome, l’Università degli Studi di Brescia e altre realtà locali. Il progetto ha beneficiato del sostegno della Fondazione Cogeme e di Bresciaoggi, sottolineando l’importanza della sinergia tra enti pubblici e privati per la conservazione di specie rare.