“Ho capito che i giudici aspettano che io muoia per poter chiudere la vicenda senza decidere.” Sono parole di amarezza e indignazione quelle di Gigliola Bono, madre di Monia Del Pero, la ragazza bresciana uccisa a soli 19 anni dal fidanzato nel 1989. L’ennesimo rinvio, questa volta in Cassazione, ha posticipato al luglio 2026 l’udienza originariamente prevista per il 26 giugno 2025, lasciando la madre della vittima in attesa di una risposta che chiede da più di due decenni.
La battaglia di Gigliola Bono non riguarda solo il caso di sua figlia, ma un principio più ampio: ottenere che lo Stato riconosca i familiari delle vittime di femminicidio al pari di quelli di mafia e terrorismo, con gli stessi diritti e tutele. È una richiesta che avanza da oltre 20 anni, passando per tribunali, ricorsi al TAR e innumerevoli istanze legali, senza che finora vi sia stata una pronuncia definitiva.
Un sistema giudiziario che fa male due volte
L’ennesimo rinvio “d’ufficio” senza motivazione formale ha scatenato lo sfogo pubblico di Gigliola Bono, che ha denunciato con forza l’inerzia della giustizia italiana: “Questo rinvio di 13 mesi senza motivo mi fa male. È come se Monia fosse morta ancora una volta. Non lo accetto.”
Il dolore per la perdita si unisce al senso di abbandono istituzionale, aggravato da una giustizia percepita come distante e indifferente. A ferire ulteriormente la madre è anche il ricordo della pena inflitta all’assassino della figlia: condannato a 11 anni e 8 mesi, ne ha scontati solo cinque in carcere, ed era già ai domiciliari il giorno dei funerali. Inoltre, non ha mai risarcito la famiglia, nonostante la sentenza definitiva lo avesse previsto.
Una proposta di equiparazione rimasta senza risposta
Da anni, Gigliola Bono chiede che lo Stato riconosca formalmente le famiglie colpite da femminicidio come parte lesa, garantendo sostegno, protezione e risarcimenti come avviene per le vittime di mafia e terrorismo. Una proposta che ha raccolto attenzione mediatica e sostegno civile, ma che non ha ancora trovato un riscontro normativo concreto.
“Non voglio mollare – ha dichiarato – ma ho 71 anni e non so quanto ancora vivrò per garantire questo riconoscimento ai familiari delle vittime. Se non cambia nulla, il mio impegno sarà stato inutile.”
La lunga attesa di una giustizia che non arriva
Il caso di Monia Del Pero, uccisa brutalmente nel 1989, resta un simbolo doloroso di quanto la giustizia possa essere lenta e distante dalle sofferenze delle vittime. Il nuovo rinvio della Cassazione rappresenta un colpo durissimo per chi ha investito tutta la vita in una battaglia civile e morale, ma anche un monito alle istituzioni: riconoscere le vittime significa agire, non solo commemorare.