Si è concluso con una sentenza di assoluzione piena il procedimento penale che vedeva imputate due funzionarie del Comune di Brescia nell’ambito del caso delle esumazioni al cimitero Vantiniano, riguardanti circa 2.500 tombe di bambini mai nati o deceduti nei primi giorni di vita.
Il giudice, al termine del processo con rito abbreviato, ha assolto Monik Liliana Ilaria Peritore, responsabile dei Servizi cimiteriali, e Elisabetta Begni, dirigente del settore Coordinamento amministrativo e Servizi cimiteriali, con la formula «perché il fatto non sussiste». Una decisione che accoglie le richieste avanzate dai legali difensori delle due imputate, che avevano sempre sostenuto l’infondatezza delle accuse. La vicenda ha avuto origine nell’autunno del 2021, quando numerose famiglie si sono recate al Vantiniano per visitare le tombe dei propri figli e hanno scoperto che le sepolture erano state rimosse. In seguito a ciò, alcuni genitori hanno deciso di rivolgersi alla magistratura, presentando un esposto, successivamente integrato, nel quale veniva contestata la gestione delle operazioni di esumazione.
Nella querela si chiedeva anche il sequestro di quattro campi di inumazione e dei materiali residui delle attività cimiteriali, con l’obiettivo di poter recuperare lapidi, targhette identificative e resti personali dei piccoli defunti. In alcuni casi, le famiglie sono riuscite a ottenere le targhette metalliche originariamente posizionate sui cippi o sui feretri; in altri, invece, non è stato possibile recuperare alcun elemento identificativo. Secondo la ricostruzione della Procura di Brescia, tra maggio e novembre 2021 le due dirigenti comunali avrebbero disposto l’esumazione di un numero eccessivo di tombe – circa 2.500 – rispetto a quanto pianificato nei documenti ufficiali, che prevedevano 164 esumazioni per il biennio 2021-2022.
L’accusa sosteneva inoltre che le operazioni fossero avvenute prima della scadenza dei dieci anni previsti dalla normativa regionale in materia cimiteriale e che si fossero verificate gravi irregolarità, come la dispersione di lapidi, targhette e resti senza adeguata tracciabilità. Tuttavia, il giudice ha escluso ogni responsabilità penale a carico delle due dirigenti, riconoscendo l’assenza di dolo e l’infondatezza delle accuse, archiviando così uno dei casi più delicati che ha toccato nel profondo la sensibilità di molte famiglie bresciane.