Castel d’Azzano, la testimonianza di un contoterzista: “Mi dovevano dei soldi, ma mi minacciarono”

Un imprenditore agricolo del Mantovano racconta la sua esperienza con i fratelli Ramponi: dal lavoro non pagato all’inquietudine per le condizioni in cui vivevano. “Quando ho saputo della tragedia, ho pensato: andavano fermati prima”.

Un contoterzista agricolo di Roverbella, nel Mantovano, rompe il silenzio e ricorda la sua esperienza diretta con i fratelli Ramponi, al centro della tragedia di Castel d’Azzano. L’uomo, identificato con le iniziali C.D., racconta di essere stato contattato otto anni fa dai tre uomini per un lavoro urgente nei campi: «Mi dissero che le previsioni annunciavano pioggia e che serviva raccogliere subito il fieno e i cereali già acquistati da un altro agricoltore».

Con i suoi macchinari e una rotopressa, il contoterzista concluse il lavoro in giornata, ma il compenso pattuito, circa duemila euro, non gli venne mai versato. «Quando andai a chiedere il pagamento presso la loro azienda agricola di Castel d’Azzano», racconta, «mi rincorsero e mi intimarono di non farmi più vedere».

«Restai colpito dal degrado in cui vivevano»

Il racconto si fa via via più inquietante. C.D. ricorda di essere rimasto colpito dal disordine e dallo stato di abbandono in cui versava la corte dei Ramponi: «Era tutto in confusione, con bombole del gas accatastate ovunque. Mi domandai il motivo di quel accumulo, visto che i vuoti di solito si restituiscono».

Ancora più sconcertante, dice, fu lo stato degli animali: «Le mucche nelle stalle erano in condizioni pietose. Mi chiesi come facessero a tenerle così. Tutto mi sembrava fuori posto, e anche i fratelli si comportavano in modo strano».

Nonostante avesse tentato più volte di recuperare il credito, decise di non procedere per vie legali. «Erano diventati aggressivi e ho capito che non valeva la pena rischiare per quella cifra. Inoltre, molti altri imprenditori mi raccontarono storie simili: non ero il solo ad essere stato ingannato».

Uscivano solo di notte

Secondo quanto riferito dal contoterzista, in paese si sapeva che i tre fratelli «uscivano soltanto di notte». Un comportamento che, a detta di molti abitanti di Castel d’Azzano, li aveva resi figure isolate e difficili da avvicinare. «Quando ho saputo della tragedia», conclude C.D., «ho pensato una sola cosa: andavano fermati prima. I segnali c’erano tutti».

La testimonianza dell’imprenditore si aggiunge a una lunga serie di racconti che emergono in questi giorni, delineando un quadro complesso di solitudine, disagio e degrado intorno alla vicenda della cascina esplosa, costata la vita ai tre carabinieri intervenuti.

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