Tre anni di reclusione per Giuseppe Di Leo, ispettore capo della Polizia penitenziaria in servizio a Brescia, coinvolto nell’inchiesta che nel settembre dello scorso anno aveva portato all’arresto di 13 persone tra agenti e soggetti legati all’ambiente carcerario. Il processo, celebrato con rito abbreviato, ha portato alla condanna per corruzione e introduzione illecita di droga e telefoni cellulari all’interno del carcere.
Il ruolo di “messaggero” tra detenuti e familiari
Secondo le indagini condotte dai Carabinieri di Brescia, Di Leo avrebbe ricevuto almeno 12mila euro in cambio di “servizi” svolti all’interno della casa circondariale: in particolare, si sarebbe occupato di recapitare cellulari, lettere, denaro e sostanze stupefacenti ai detenuti, fungendo da tramite con l’esterno. Una serie di azioni contrarie ai doveri d’ufficio, che gli sono valse l’accusa di corruzione e accesso illecito a dispositivi di comunicazione.
L’ispettore era uno dei volti più noti tra i 13 indagati, ed è stato processato assieme ad altri 7 imputati con rito abbreviato, una scelta che ha comportato la riduzione di un terzo della pena. La pubblica accusa aveva richiesto 3 anni e 8 mesi, ma il giudice Cesare Bonamartini ha emesso una condanna a 3 anni esatti.
Le altre condanne e le assoluzioni
Il procedimento ha coinvolto anche altri imputati, ritenuti a vario titolo coinvolti nel sistema illecito di traffici all’interno dell’istituto penitenziario:
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Francesco Leone, considerato uno dei promotori dell’organizzazione, è stato condannato a 6 anni di reclusione.
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Ernesto Settesoldi ha ricevuto una condanna a 5 anni e 4 mesi.
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Nicolò Fornasari è stato condannato a 1 anno e 10 mesi.
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Enrico Carella a 1 anno e 6 mesi.
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Elisabetta Taglietti a 8 mesi.
Due degli otto imputati processati con rito abbreviato, Antonio Leone e Simona Moretti, sono stati assolti.
Un’inchiesta dai risvolti gravi per la sicurezza carceraria
Le accuse nei confronti degli indagati vanno da corruzione a detenzione e spaccio di droga, accesso abusivo a dispositivi di comunicazione, tentata estorsione aggravata, fino a false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Un quadro giudiziario complesso, che ha scoperchiato un vero e proprio sistema parallelo di favori e traffici illeciti, capace di compromettere la sicurezza e l’integrità dell’istituzione penitenziaria.
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