Delitto di Cologne, nuovo processo per Mossali: si torna in appello a Venezia

La Cassazione ha disposto un nuovo giudizio sulla vicenda legata alla morte di Nexhat Rama. Al centro resta l’aggravante della premeditazione.

La vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Nexhat Rama, il 40enne di origine kosovara ucciso nell’agosto del 2022, torna davanti a una corte d’appello. La Corte di Cassazione ha infatti disposto un nuovo processo nei confronti di Cristiano Mossali, 53 anni, residente a Cologne, rinviando il procedimento a Venezia.

La decisione è arrivata dopo l’udienza in cui erano state discusse le posizioni delle parti. Il nuovo passaggio giudiziario dovrà tenere conto delle indicazioni contenute nella pronuncia della Suprema Corte, le cui motivazioni saranno fondamentali per comprendere i punti sui quali dovrà concentrarsi il nuovo giudizio.

Al centro della vicenda c’è soprattutto la contestazione dell’aggravante della premeditazione, elemento che aveva avuto un peso decisivo nel precedente processo d’appello e nella successiva riduzione della pena.

Dalla condanna a 27 anni ai 14 anni in appello

Mossali era stato arrestato dai carabinieri nei giorni immediatamente successivi alla morte di Rama. In primo grado, la Corte d’assise lo aveva condannato a 27 anni di reclusione, mentre la Procura aveva sostenuto l’accusa chiedendo l’ergastolo. La difesa, invece, aveva sollecitato l’assoluzione dell’imputato.

Il quadro era cambiato sensibilmente durante il processo di secondo grado celebrato a Brescia. La Corte d’assise d’appello aveva infatti escluso l’aggravante della premeditazione. Questa decisione aveva consentito l’accesso al rito abbreviato, con la conseguente riduzione di un terzo della pena.

Il risultato era stato un forte ridimensionamento della condanna: dai 27 anni stabiliti in primo grado si era passati a 14 anni di reclusione.

Una decisione che non aveva convinto né la pubblica accusa né la parte civile. Da qui erano partiti i ricorsi presentati davanti alla Cassazione, con la richiesta di rimettere in discussione l’esclusione della premeditazione.

La posizione della Procura e della parte civile

Nel giudizio davanti alla Suprema Corte erano arrivati ricorsi da entrambe le parti. La Procura generale e la parte civile avevano contestato la decisione sulla premeditazione, mentre i difensori di Mossali, gli avvocati Stefano Forzani e Tomaso Sandrio, avevano chiesto una revisione della posizione del loro assistito sul piano della responsabilità.

La Cassazione ha accolto le richieste relative alla necessità di un nuovo giudizio, respingendo invece le istanze formulate dalla difesa sui punti contestati. La conseguenza è che il procedimento dovrà ora ripartire davanti a una nuova corte d’appello, individuata nella sede di Venezia.

Per la parte civile, rappresentata a Roma dall’avvocato Federico Abate, la decisione rappresenta un ulteriore passaggio nella lunga vicenda giudiziaria. L’avvocato Klodian Kolaj, legale del fratello della vittima e parte civile nel procedimento, ha espresso delusione dopo la pronuncia.

L’omicidio di Nexhat Rama

I fatti al centro dell’inchiesta risalgono al 29 agosto 2022. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Nexhat Rama era arrivato con la propria automobile all’officina di Mossali a Palazzolo. È lì che sarebbe stato raggiunto da un colpo di pistola alla nuca.

Successivamente, il corpo della vittima venne collocato nell’automobile, che fu poi data alle fiamme e abbandonata in un campo a Cologne. Il ritrovamento del corpo carbonizzato aveva fatto scattare le indagini, culminate con l’arresto di Mossali.

La ricostruzione della pubblica accusa aveva attribuito particolare rilievo ad alcuni elementi raccolti nel corso delle indagini. Tra questi figuravano l’acquisto di un’arma e alcune circostanze relative alla giornata precedente e a quella del delitto.

Nel corso del processo d’appello, il procuratore generale Francesco Rombaldoni aveva sostenuto l’assenza di concrete ipotesi alternative rispetto alla ricostruzione accusatoria e aveva richiamato diversi elementi ritenuti significativi.

Le telecamere dell’officina

Tra gli aspetti evidenziati dall’accusa c’era anche quello relativo al sistema di videosorveglianza presente nell’officina. Quattro telecamere, installate sia all’interno sia all’esterno della struttura, risultavano scollegate.

La Procura generale aveva inoltre richiamato il fatto che Mossali si sarebbe procurato un’arma e che, il giorno prima dell’omicidio, avrebbe comunicato ai suoi due dipendenti di non recarsi in officina durante la mattinata del 29 agosto, chiedendo loro di presentarsi soltanto nel pomeriggio.

Secondo la difesa, tuttavia, la morte di Rama avrebbe potuto essere collegata anche a vecchi contrasti della vittima con altre persone, prospettiva che i legali avevano utilizzato per mettere in discussione la ricostruzione dell’accusa.

Ora l’appello bis a Venezia

Con la decisione della Cassazione si apre dunque un nuovo capitolo della vicenda. Il processo d’appello dovrà essere celebrato a Venezia e dovrà confrontarsi con le motivazioni della Suprema Corte.

Il passaggio successivo sarà quindi determinante per stabilire come dovrà essere rivalutata la questione della premeditazione e quali conseguenze potrà avere sul trattamento giudiziario riservato a Mossali.

La precedente sentenza d’appello aveva portato la condanna a 14 anni, dopo l’esclusione dell’aggravante e l’accesso al rito abbreviato. Ora quel quadro torna al centro del procedimento. L’appello bis rappresenterà un nuovo esame della vicenda, alla luce delle indicazioni che saranno contenute nella sentenza della Cassazione.

Per conoscere nel dettaglio i criteri ai quali dovrà attenersi la corte veneziana sarà necessario attendere il deposito delle motivazioni della Suprema Corte. Solo allora sarà possibile delineare con maggiore precisione il percorso processuale che porterà al nuovo giudizio sulla morte di Nexhat Rama.

Redazione

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