Rifiuti radioattivi in crescita in Italia: Brescia tra le province più esposte

Secondo l’ultimo rapporto dell’Isin, il volume delle scorie è aumentato del 3,38% nel 2024. A Brescia si concentrano oltre 85mila tonnellate distribuite in nove siti di stoccaggio.

Cresce la quantità di rifiuti radioattivi presenti in Italia, mentre diminuisce la radioattività complessiva legata al naturale decadimento del Cesio-137. È quanto emerge dall’Inventario nazionale 2024 dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (Isin), aggiornato al 31 dicembre dello scorso anno. Il report segnala un incremento del 3,38% del volume dei materiali contaminati rispetto al 2023, a fronte di un calo del 2,81% dell’attività radiologica complessiva.

Tra le aree più critiche figura la provincia di Brescia, che da sola concentra 85.534 tonnellate di rifiuti radioattivi suddivisi in nove siti di stoccaggio sotto costante sorveglianza. Si tratta di depositi e bunker realizzati per contenere materiali contaminati da attività industriali e metallurgiche risalenti agli anni Novanta e Duemila.

Il sito più problematico resta quello della ex Metalli Capra di Capriano del Colle, dove si trova la più grande discarica radioattiva d’Italia, con 82.500 tonnellate di scorie contaminate da Cesio: polveri, alluminio, residui di fonderia e terra. In questa zona sono già iniziati i lavori di messa in sicurezza, finanziati con fondi statali. Altri sette siti bresciani beneficeranno dei 6 milioni di euro stanziati nel 2019 dal Ministero della Transizione ecologica, ma i tempi delle bonifiche restano lunghi.

Tra gli altri luoghi segnalati, a Montirone sono custodite 21,8 tonnellate di scorie radioattive derivate da fusioni e fumi, mentre a Castel Mella si trovano 9 tonnellate di rifiuti contaminati ora sotto la gestione della Green Mass Logistic. Entrambi i siti hanno ricevuto un milione di euro di finanziamento ciascuno per la messa in sicurezza.

Nel capoluogo, l’attenzione resta alta sull’area della ex cava Piccinelli (zona Cagimetal), dove sono immagazzinate 1.800 tonnellate di scorie di fonderia. Le analisi radiologiche, avviate a febbraio 2024, determineranno se sarà necessaria una bonifica completa o un semplice intervento di contenimento. Anche la Alfa Acciai figura tra i siti monitorati, con 580 tonnellate di residui metallici e polveri di fumi contaminati, derivanti da incidenti registrati nel 1997 e nel 2011.

Un altro impianto sotto controllo è la Service Metal Company di Mazzano, dove si trovano 25 tonnellate di scorie contaminate da Americio. L’azienda ha realizzato un bunker dedicato da 300mila euro, a cui si aggiunge un contributo statale di 125mila euro per lo smaltimento.

Restano invece escluse dai finanziamenti ministeriali le Acciaierie Venete di Sarezzo (270 tonnellate di polveri radioattive) e la Rvd ex Fonderie Rivadossi di Lumezzane (157 tonnellate di scorie), entrambe comunque messe in sicurezza grazie a strutture schermate. A Odolo, infine, la Iro conserva 170 tonnellate di polveri contaminate, frutto di un incidente avvenuto nel 2018 durante la fusione di una sorgente radioattiva non rilevata dai sensori.

Nonostante il calo dell’attività radiologica complessiva, la presenza di rifiuti aumenta, segno che la gestione delle scorie industriali resta una delle principali sfide ambientali del Paese.

Redazione

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