Una nuova prospettiva nella comprensione e nel trattamento della schizofrenia emerge da uno studio condotto dall’Università di Brescia, presentato al Congresso europeo di psichiatria in corso a Praga. La ricerca evidenzia come una quota significativa dei deficit cognitivi associati alla malattia, pari ad almeno un terzo, possa essere potenzialmente reversibile.
In Italia, la schizofrenia interessa circa 300mila persone, con una prevalenza dello 0,6% tra la popolazione adulta. Tra queste, oltre l’80% presenta difficoltà cognitive che incidono profondamente sulla vita quotidiana. Memoria, attenzione, capacità decisionali e relazioni sociali risultano compromesse, spesso in misura maggiore rispetto ai sintomi psicotici stessi.
Lo studio introduce una distinzione fondamentale tra due tipi di deficit: quello “primario” e quello “secondario”. Il primo è legato direttamente alla natura neuroevolutiva della schizofrenia e si manifesta anche prima dell’esordio clinico, con un andamento relativamente stabile nel tempo. Il deficit secondario, invece, è influenzato da fattori esterni e quindi modificabili, rappresentando il vero punto di svolta evidenziato dalla ricerca.
Tra le cause che possono aggravare le capacità cognitive rientrano diversi elementi. L’uso di alcuni farmaci, come antipsicotici di prima generazione e benzodiazepine, può incidere negativamente, così come la presenza di sindrome metabolica. Anche fattori legati allo stile di vita giocano un ruolo importante: sedentarietà, disturbi del sonno, consumo di sostanze – in particolare cannabis – e isolamento sociale contribuiscono al peggioramento delle funzioni cognitive.
Secondo il team guidato da Antonio Vita, direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Università di Brescia, riconoscere e distinguere queste componenti è cruciale nella pratica clinica. Mentre il deficit primario richiede interventi strutturati come la riabilitazione cognitiva e una gestione mirata delle terapie, quello secondario apre a margini concreti di miglioramento attraverso interventi mirati sui fattori modificabili.
Questo approccio segna un cambiamento significativo nella gestione della schizofrenia. Non si tratta più solo di controllare i sintomi psicotici, ma di intervenire in modo più ampio sulla qualità della vita del paziente. La revisione delle terapie farmacologiche, la promozione dell’attività fisica, il trattamento dei disturbi del sonno e il contrasto all’uso di sostanze diventano elementi centrali.
Un ruolo importante è attribuito anche all’inclusione sociale e lavorativa, considerata parte integrante del percorso terapeutico. Ridurre l’isolamento e favorire la partecipazione attiva alla vita quotidiana può contribuire in modo significativo al recupero delle funzioni cognitive.
I risultati dello studio bresciano aprono dunque a nuove prospettive, suggerendo che una parte delle difficoltà cognitive associate alla schizofrenia non sia irreversibile. Intervenire precocemente sui fattori modificabili può tradursi in un miglioramento concreto dell’autonomia e del benessere delle persone, offrendo nuove possibilità nel trattamento della patologia.
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