Una nuova decisione della Corte d’Appello di Brescia rafforza il riconoscimento economico delle sofferenze patite dagli Internati militari italiani durante la Seconda guerra mondiale. Con una sentenza depositata il 22 settembre, la seconda sezione civile ha stabilito un aumento significativo degli indennizzi destinati agli eredi dei militari italiani deportati nei campi nazisti dopo l’8 settembre 1943 e costretti a lavorare in condizioni di prigionia.
Il risarcimento giornaliero è passato da 55 a 115 euro per ogni giorno di internamento, quasi il doppio rispetto alla somma precedentemente riconosciuta. La decisione tiene conto sia delle conseguenze sulla salute sia delle sofferenze morali subite dai militari durante la detenzione nei campi tedeschi.
I giudici hanno respinto il ricorso presentato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, accogliendo invece parzialmente le richieste avanzate dagli eredi. Questi ultimi erano assistiti dagli avvocati Lavinia Florimo, Mauro Bresciani, Alessandro Bertoli e Giorgio Afferni.
Riconosciute le sofferenze fisiche e morali degli Imi
La sentenza, pronunciata dalla seconda sezione civile presieduta da Vittorio Aliprandi, attribuisce un valore economico maggiore alla condizione vissuta dai militari italiani internati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
Dopo quella data, numerosi soldati italiani catturati dalle forze tedesche furono trasferiti nei campi di prigionia in Germania e in altri territori sotto il controllo nazista. Privati della libertà e sottoposti a condizioni estremamente dure, molti di loro vennero impiegati nei lavori forzati.
La Corte ha ritenuto che il precedente importo non fosse adeguato a rappresentare la gravità delle conseguenze subite. Nella motivazione i magistrati hanno evidenziato la necessità di considerare l’intensità delle sofferenze interiori patite durante l’internamento.
La somma di 115 euro al giorno è stata quindi individuata come importo equo per compensare il danno biologico temporaneo e quello morale. Si tratta di due componenti distinte del pregiudizio riconosciuto ai militari: da una parte le conseguenze sulla salute e sulle condizioni psicofisiche, dall’altra il dolore e le sofferenze legate alla privazione della libertà e al trattamento subito.
L’aumento riguarda dunque il criterio utilizzato per calcolare gli indennizzi in relazione alla durata della prigionia.
Indennizzi fino a 134mila euro per i periodi più lunghi
L’applicazione del nuovo parametro giornaliero determina importi particolarmente rilevanti nei casi in cui l’internamento si sia protratto per diversi anni.
Tra gli esempi indicati nella decisione figura quello di un militare rimasto prigioniero per 1.167 giorni. Per questa vicenda, il risarcimento riconosciuto arriva a 134.205 euro, una cifra che riflette la durata della detenzione e il valore attribuito a ogni singola giornata trascorsa nei campi nazisti.
La pronuncia affronta anche i casi in cui la prigionia si sia conclusa con la morte del militare. In particolare, la Corte ha riconosciuto un risarcimento di 80mila euro a un’erede per la perdita di un familiare deceduto durante l’internamento nello Stalag VI C.
Il riconoscimento economico riguarda quindi non soltanto i danni derivanti dalla permanenza nei campi, ma anche le conseguenze delle vicende che hanno colpito direttamente i familiari delle vittime.
I crimini di guerra e la responsabilità dello Stato tedesco
Un altro passaggio centrale della sentenza riguarda l’inquadramento giuridico delle condotte subite dagli Internati militari italiani. La Corte ha ribadito che la deportazione e l’impiego obbligatorio nei lavori forzati rappresentano crimini di guerra e violazioni dello jus cogens, vale a dire norme fondamentali del diritto internazionale che non possono essere derogate dagli Stati.
I giudici hanno inoltre precisato che la responsabilità per i crimini commessi durante la prigionia rimane attribuita allo Stato tedesco. Il ruolo delle istituzioni italiane, attraverso il fondo istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, riguarda invece l’attuazione dei provvedimenti di condanna e il pagamento degli importi riconosciuti.
Questa distinzione è importante perché chiarisce la natura dell’intervento economico previsto dall’ordinamento italiano: il risarcimento viene corrisposto attraverso il fondo nazionale, senza modificare l’attribuzione della responsabilità storica e giuridica per i crimini di guerra.
Respinte le contestazioni sulla giurisdizione italiana
Il Ministero aveva contestato anche la possibilità che i giudici italiani potessero pronunciarsi su vicende legate a crimini commessi da uno Stato estero. La Corte d’Appello ha respinto anche questa obiezione, richiamando gli orientamenti della giurisprudenza costituzionale in materia di tutela dei diritti fondamentali.
Secondo il principio ribadito nella decisione, la protezione delle vittime di crimini contro l’umanità può prevalere, nell’ordinamento italiano, sul principio dell’immunità degli Stati stranieri. La tutela dei diritti inviolabili delle persone coinvolte rappresenta quindi un elemento determinante nella valutazione delle controversie.
La Corte ha confermato la possibilità di riconoscere la tutela risarcitoria davanti alla giurisdizione italiana, respingendo le contestazioni formulate dalle amministrazioni statali.
Le spese legali a carico dei ministeri
Oltre all’aumento degli importi riconosciuti agli eredi, la sentenza stabilisce precise conseguenze economiche per le amministrazioni coinvolte nel procedimento.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stato condannato al pagamento delle somme riconosciute dalla Corte. Inoltre, il Mef e la Presidenza del Consiglio dei ministri dovranno rimborsare agli eredi i due terzi delle spese processuali sostenute.
La pronuncia bresciana rappresenta un ulteriore passaggio nel riconoscimento dei diritti dei familiari degli Internati militari italiani, una categoria di vittime della Seconda guerra mondiale che subì deportazione, privazione della libertà e sfruttamento attraverso il lavoro obbligatorio.
L’aumento da 55 a 115 euro per ogni giorno di prigionia riconosce un valore economico più elevato alle sofferenze patite dai militari italiani, mentre i risarcimenti individuali continuano a essere determinati sulla base della durata dell’internamento e delle specifiche conseguenze documentate nei singoli casi.
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