L’omicidio di Giada Zanola, la 34enne di Folzano morta la notte del 29 maggio 2024, non sarebbe stato il tragico epilogo di una lite improvvisa, ma un piano premeditato nei minimi dettagli. È quanto emerge dalle nuove indagini che aggravano la posizione dell’ex compagno Andrea Favero, in carcere dalla sera del delitto, ora accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione.
Secondo la Procura di Padova, Favero avrebbe somministrato alla donna piccole dosi di barbiturici nel tempo, provocandole stati di confusione mentale e vuoti di memoria. Un metodo subdolo che avrebbe potuto accreditare un malessere psicologico della vittima e rendere più credibile l’ipotesi di un suicidio. L’uomo avrebbe così eliminato ogni sospetto su di sé, lasciando credere che la donna si fosse tolta la vita in un momento di forte instabilità.
L’accusa e i nuovi elementi investigativi
La Procura ha chiuso l’inchiesta accusando Favero di un delitto freddamente pianificato, commesso quando la compagna aveva deciso di lasciarlo. L’ipotesi iniziale di una caduta accidentale o di una spinta durante una lite è stata smentita dagli esiti tossicologici: nel corpo della vittima sono state trovate tracce di benzodiazepine, farmaco mai assunto da Favero, ma da lui richiesto al medico di base con il pretesto di una forte insonnia.
Giada aveva manifestato sospetti nei confronti dell’ex compagno, confidando a un’amica e al nuovo fidanzato la sensazione di essere stata drogata. La sera prima della tragedia, alle 20:30, aveva inviato un messaggio inquietante: «Mi sento fiacca, ci vedo doppio».
Un depistaggio fallito
Dopo la morte della donna, Favero ha tentato di depistare le indagini. La mattina del ritrovamento del cadavere, ha inviato un messaggio al telefono di Giada – mai ritrovato dagli inquirenti – scrivendo: «Sei andata al lavoro? Non ci hai nemmeno salutato!». Un tentativo di creare una falsa narrazione, crollato quando, la sera stessa, ha confessato alla polizia di averla spinta giù dal cavalcavia afferrandola per le ginocchia. Tuttavia, essendo avvenuta senza la presenza di un avvocato, la confessione non ha valore legale.
Ora, la difesa ha venti giorni di tempo per presentare memorie, consulenze tecniche o richiedere l’interrogatorio dell’indagato. Se non emergeranno nuovi elementi, la Procura potrà richiedere il rinvio a giudizio e il processo potrebbe iniziare già a luglio 2025. In caso di condanna, Favero rischia l’ergastolo.
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