Nonostante l’amianto sia stato vietato in Italia dal 1992, il suo impatto resta evidente in diverse aree del Paese. Sul territorio compreso tra Predore, Sarnico e Paratico, una parte del basso Sebino che per decenni ha vissuto di produzione industriale, numerose persone continuano ad ammalarsi di mesotelioma, una patologia caratterizzata da tempi di latenza estremamente lunghi. Molti degli ex lavoratori che oggi ricevono una diagnosi hanno infatti respirato fibre di asbesto decenni prima, quando la presenza di questo materiale era considerata normale nel settore delle guarnizioni e dei componenti industriali.
Il fenomeno non riguarda pochi casi isolati: oltre 400 malattie professionali correlate all’amianto sono state registrate in tre anni nelle province di Bergamo e Brescia, un dato che conferma come la tragedia non appartenga solo alla storia. Le diagnosi arrivano spesso in età avanzata, con una media di 71 anni, mentre sotto i 44 anni la malattia tende a essere rara proprio a causa della lunga inattività clinica che può superare i quarant’anni.
A sottolineare questo quadro sono gli avvocati Pierantonio Paissoni e Viviana Rapisarda, che seguono da anni i procedimenti legati alle vittime dell’amianto. Il loro lavoro mette in luce come la zona del Sebino, nonostante il divieto introdotto trent’anni fa, continui a fare i conti con un’eredità pesante. Secondo i legali, anche un’esposizione lontana nel tempo può provocare tumori aggressivi, un aspetto che spiega la persistenza dei casi.
Molto prima che il problema emergesse in tutta la sua gravità, il basso Sebino era uno dei poli produttivi più attivi nel trattamento dell’asbesto. Il distretto nacque a partire da una manifattura di Sarnico, fornitrice anche della Marina militare, intorno alla quale si sviluppò un sistema industriale composto da sei aziende distribuite tra Paratico, Sarnico, Predore e Grumello del Monte. Queste fabbriche impiegavano centinaia di operai, spesso senza misure di protezione adeguate.
Gli accertamenti degli anni ’90 hanno confermato le condizioni critiche dell’epoca. Un esempio significativo proviene da una realtà produttiva di Paratico, dove i controlli dell’Ussl di Iseo del 1993 descrivevano macchinari non chiusi e dispersioni incontrollate di polveri. Nonostante fosse già operativa la normativa che vietava l’estrazione e la lavorazione dell’amianto, l’azienda continuava a utilizzarlo, ricevendo sanzioni per mancata segnalazione e per la gestione inadeguata dei rischi.
Oggi, mentre le nuove diagnosi riportano alla superficie ciò che accadeva in quei reparti, il territorio è costretto a fare i conti con una realtà che non smette di riaffiorare. Le esposizioni avvenute tra gli anni ’60 e ’80 stanno ancora mostrando le loro conseguenze, lasciando un segno indelebile su un’intera comunità che per lungo tempo ha lavorato senza sapere di essere esposta a un pericolo silenzioso e spesso letale.
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