Si è chiusa l’inchiesta sulla strage di Castel d’Azzano, l’esplosione che il 14 ottobre 2025 provocò la morte di tre carabinieri impegnati in un’operazione di perquisizione e sequestro. L’indagine, durata circa otto mesi, ha ricostruito una dinamica definita dagli inquirenti estremamente complessa e caratterizzata da un elevato livello di pericolosità.
Al centro del procedimento i fratelli Ramponi, accusati di strage e di aver trasformato la propria abitazione in una vera e propria trappola esplosiva. Secondo quanto ricostruito, l’edificio era stato saturato con gas e cosparso di liquidi infiammabili, mentre in diversi punti sarebbero state collocate bombole e dispositivi artigianali pronti all’innesco.
L’esplosione avvenne durante l’intervento delle forze dell’ordine, impegnate nell’esecuzione di un ordine di perquisizione e sequestro. Tre carabinieri persero la vita nell’immediato, mentre altre decine di operatori tra carabinieri e poliziotti rimasero coinvolti: 19 riportarono ferite gravi e altri 15 lesioni di minore entità.
L’inchiesta, coordinata dalla Procura, ha coinvolto numerosi accertamenti tecnici e consulenze specialistiche. Sono stati acquisiti contributi dei vigili del fuoco, del RIS di Parma e di esperti in esplosivistica, oltre all’analisi di dispositivi elettronici e materiali rinvenuti sul luogo della tragedia. Un lavoro investigativo articolato che ha permesso di delineare il quadro accusatorio a carico degli indagati.
Uno degli elementi centrali riguarda la gestione dell’abitazione, che secondo gli inquirenti era stata preparata nei dettagli per creare una situazione di massima pericolosità. Le ricostruzioni indicano la presenza di bombole di gas aperte, combustibili liquidi distribuiti negli ambienti e dispositivi incendiari artigianali.
Le responsabilità contestate ai fratelli non si limitano al giorno della strage. Nel fascicolo sono confluiti anche episodi precedenti, in particolare minacce e resistenza a pubblico ufficiale legate a interventi delle forze dell’ordine avvenuti nei mesi e negli anni precedenti. In più occasioni, secondo gli atti, i Ramponi avrebbero minacciato di far esplodere l’abitazione pur di impedire l’esecuzione di provvedimenti giudiziari.
Tra gli episodi ricostruiti figura anche quello del novembre 2024, quando i fratelli avrebbero saturato alcuni ambienti con gas e minacciato di innescare un’esplosione per ostacolare lo sgombero dell’immobile. Ulteriori contestazioni riguardano comportamenti analoghi registrati nelle settimane precedenti alla strage, con ripetute minacce rivolte a custodi giudiziari e operatori incaricati delle procedure di vendita forzata.
Nel corso delle indagini, uno dei fratelli ha fornito una propria versione dei fatti, respingendo parte delle accuse e ricostruendo diversamente i movimenti nelle ore precedenti all’esplosione. Tuttavia, secondo gli inquirenti, alcuni elementi acquisiti — tra cui riprese di videosorveglianza — non sarebbero coerenti con le dichiarazioni rese.
L’inchiesta ha inoltre evidenziato come la situazione fosse caratterizzata da un progressivo aggravamento del conflitto tra i proprietari dell’immobile e le autorità, legato a difficoltà economiche e alla procedura di vendita forzata dell’azienda agricola e dei beni annessi.
Nei mesi successivi alla tragedia, i familiari delle vittime hanno presentato ulteriori istanze alla Procura, chiedendo di approfondire il livello di rischio preesistente e la prevedibilità dell’evento, alla luce dei precedenti comportamenti degli indagati.
Con la chiusura dell’indagine, il procedimento si avvia ora verso le fasi successive, che saranno valutate dall’autorità giudiziaria competente.
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