Brescia, borse griffate contraffatte: sequestrati 7mila metri di tessuti

Una donna avrebbe venduto oltre mille accessori attraverso Instagram, raggiungendo clienti in Italia e all'estero. Il giro d'affari ricostruito supera i 138mila euro

Oltre 7.000 metri quadrati di tessuti contraffatti, una produzione potenziale di più di 10 mila accessori e un giro d’affari ricostruito superiore a 138 mila euro. Sono alcuni dei numeri emersi dall’indagine della Guardia di finanza che ha portato alla luce una presunta attività di produzione e vendita di borse, pochette e accessori realizzati utilizzando materiali con loghi riconducibili a importanti marchi della moda.

Al centro dell’inchiesta c’è una donna residente nel Bresciano, che avrebbe utilizzato soprattutto i social network per promuovere e commercializzare i propri prodotti. Secondo la ricostruzione degli investigatori, tra il 2019 e l’aprile 2025 sarebbero stati venduti più di mille articoli, generando ricavi per oltre 138 mila euro.

L’attività avrebbe raggiunto anche acquirenti fuori dai confini italiani, attraverso spedizioni effettuate verso diversi Paesi europei.

L’indagine partita da una fiera a Cremona

La vicenda è emersa nell’ottobre 2024, quando i militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Cremona stavano effettuando controlli durante il Vanitas Market.

Proprio in quell’occasione i finanzieri avrebbero individuato la donna mentre proponeva in vendita le proprie creazioni. Tra gli articoli controllati erano presenti borse, pochette e cerchietti confezionati con tessuti sui quali comparivano riproduzioni di marchi dell’alta moda.

I prodotti riportavano elementi riconducibili a Louis Vuitton, Gucci, Fendi, Christian Dior, Dolce & Gabbana e Versace.

Gli accertamenti hanno successivamente portato a una perquisizione nell’abitazione della donna, situata nel Bresciano. All’interno sono stati trovati più di 120 prodotti già confezionati, oltre a diversi materiali e strumenti utilizzati per realizzare gli accessori. Tra questi anche una macchina da cucire.

Il business sui social

Gli investigatori hanno quindi approfondito il canale attraverso il quale i prodotti venivano pubblicizzati e venduti. Le verifiche hanno permesso di ricostruire una vera e propria attività commerciale sviluppata anche attraverso Instagram, dove il profilo utilizzato dalla donna aveva raggiunto circa 4.200 follower.

Attraverso la pagina social venivano presentate le creazioni e raccolti gli ordini. I pagamenti, secondo quanto emerso dall’indagine, venivano effettuati attraverso diversi strumenti, tra cui bonifici bancari, Postepay e PayPal.

La rete dei clienti non si sarebbe limitata al territorio italiano. Le spedizioni avrebbero infatti raggiunto acquirenti distribuiti in diverse regioni italiane e anche in Svizzera, Austria e Germania.

Secondo la ricostruzione investigativa, l’attività sarebbe proseguita anche dopo il primo sequestro. Sulla base degli elementi raccolti, il Gip del Tribunale di Brescia ha quindi disposto il sequestro e l’oscuramento del profilo Instagram utilizzato per la promozione e la vendita.

Ricostruita la filiera dei materiali

Una parte significativa dell’inchiesta ha riguardato anche la provenienza dei tessuti. La Guardia di finanza ha infatti cercato di risalire ai fornitori dei materiali utilizzati per realizzare gli accessori.

Gli accertamenti hanno consentito di ricostruire quella che gli investigatori hanno definito la «filiera del falso», individuando i soggetti collegati alla fornitura dei tessuti riportanti i marchi contraffatti.

Nel corso delle attività sono stati complessivamente sequestrati oltre 7.000 metri quadrati di materiale. Secondo le stime investigative, la quantità avrebbe potuto essere sufficiente per produrre più di 10 mila tra borse, shopper e pochette.

Il dato contribuisce a delineare la dimensione potenziale dell’attività produttiva e commerciale finita sotto la lente degli investigatori.

Le contestazioni e il rinvio a giudizio

L’inchiesta è stata coordinata dalla Procura della Repubblica di Brescia e, al termine degli accertamenti, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di tre persone e di una società in nome collettivo.

Le contestazioni comprendono, oltre alle ipotesi legate alla contraffazione, anche i reati di ricettazione e autoriciclaggio.

La ricostruzione dell’intera filiera ha inoltre fatto emergere posizioni riferibili ad altri soggetti. Gli atti relativi a queste persone sono stati trasmessi alle Procure territorialmente competenti di Roma, Bergamo, Torino, Como, Varese e Ancona, che dovranno procedere per quanto di rispettiva competenza.

L’indagine ha così seguito un percorso che è partito dalla vendita di alcuni accessori individuati durante un controllo a Cremona ed è arrivato a ricostruire una rete commerciale sviluppata sui social e una filiera di approvvigionamento dei tessuti.

Al centro dell’attività investigativa restano i numeri ricostruiti dagli inquirenti: oltre mille articoli che sarebbero stati venduti nell’arco di diversi anni, più di 138 mila euro di giro d’affari e una quantità di tessuti sequestrati superiore ai 7.000 metri quadrati.

Redazione

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