Un percorso professionale costruito tra ambizione, incontri importanti e la capacità di non arrendersi. Marco Perego Saldana, artista visivo, regista e produttore nato a Salò, è stato protagonista di una Open Lecture all’Università Cattolica di Milano, occasione nella quale ha ripercorso alcune tappe della propria carriera e condiviso la sua visione del cinema, della famiglia e della diversità culturale.
A 47 anni, Perego è ormai una figura affermata nel panorama cinematografico internazionale. La sua attività spazia dalla produzione alla regia, ma lui preferisce attribuirsi una definizione diversa da quella tradizionale di produttore. «Non mi definisco un produttore, ma un protettore di culture», ha spiegato, sintetizzando un approccio al lavoro che mette al centro le storie, le identità e le persone.
La sua affermazione nel settore è il risultato di un percorso iniziato lontano dall’Italia. Nel 2001 era arrivato negli Stati Uniti senza disponibilità economiche e senza conoscere l’inglese. Un cambiamento radicale, affrontato in condizioni difficili, che lo ha portato progressivamente a costruire una rete di relazioni e opportunità nel mondo dello spettacolo.
Il cognome della moglie come scelta di valore
Uno dei temi affrontati durante l’incontro ha riguardato la sua famiglia e la decisione di assumere anche il cognome della moglie, l’attrice premio Oscar Zoe Saldana. Una scelta che Perego ha spiegato non soltanto come un gesto personale, ma come un messaggio rivolto soprattutto ai tre figli nati dal loro matrimonio.
Il regista ha raccontato di aver voluto condividere il cognome della moglie anche per trasmettere ai ragazzi un principio nel quale crede: il riconoscimento del ruolo e dell’importanza delle donne. «Siamo nel 2026, e per me il ruolo della donna è molto importante», ha dichiarato all’ANSA, sottolineando che la decisione doveva rappresentare una dimostrazione concreta delle sue convinzioni.
La famiglia diventa così, nel racconto di Perego, un esempio quotidiano di pluralità e convivenza tra identità differenti. La coppia vive negli Stati Uniti insieme ai tre figli e ai genitori, in un contesto familiare che il regista definisce un emblema della diversità.
«Mia moglie è latina, abbiamo tre black kids, i nostri genitori che vivono con noi: la nostra famiglia è l’emblema della diversità», ha affermato. Una riflessione che si lega anche alla sua esperienza americana e alla possibilità di incontrare persone provenienti da contesti culturali differenti.
I nuovi film e le storie al femminile
Parallelamente alla vita familiare, Perego è impegnato in diversi progetti cinematografici. A Roma sta producendo un film particolarmente personale, scritto insieme ad Alex Dinelaris e girato da Janusz Kamiński. Nel cast figurano Valeria Golino, Isabella Rossellini e Tommaso Ragno.
La pellicola prende spunto da una vicenda familiare molto significativa per il regista: la malattia della madre, che nel 2004 perse la capacità di parlare per tre anni a causa di un’afasia. Nel film, Valeria Golino interpreta una donna che perde la voce durante un viaggio in America per raggiungere il figlio, interpretato da Lorenzo Giuggioli.
Il tema centrale riguarda la possibilità di esprimersi e l’importanza della comunicazione. Un argomento che, attraverso una storia ispirata a un’esperienza personale, assume una dimensione più ampia e contemporanea.
Un altro progetto è in lavorazione a New York. Si tratta di un film diretto da Luca Bigazzi e interpretato dalla stessa Zoe Saldana. Per i due coniugi rappresenta una nuova occasione di collaborazione dopo Dovecote, cortometraggio del 2024 ambientato nel carcere femminile della Giudecca, a Venezia, presentato all’81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica.
Cannes e il riconoscimento nel cinema internazionale
Tra i momenti più importanti della carriera recente di Perego c’è la partecipazione all’ultimo Festival di Cannes, dove due opere da lui co-prodotte hanno ottenuto riconoscimenti di primo piano.
Si tratta di Fjord, diretto da Cristian Mungiu, e Minotaur, firmato da Andrej Zvjagincev. I due film hanno conquistato rispettivamente la Palma d’Oro e il Grand Prix, contribuendo a rafforzare la posizione del produttore salodiano nel circuito cinematografico internazionale.
Perego ha descritto Minotaur come un’opera capace di partire da una vicenda umana e privata per arrivare a una lettura più ampia del rapporto tra Ucraina e Russia. Nel film, secondo il suo racconto, la relazione tra due persone diventa una chiave per osservare una realtà geopolitica complessa.
Il regista ha inoltre ricordato le conseguenze affrontate da Zvjagincev dopo la realizzazione dell’opera, spiegando che il cineasta è stato dichiarato da Vladimir Putin nemico dello Stato.
L’esperienza americana e il valore delle relazioni
Ripensando agli inizi negli Stati Uniti, Perego non nasconde le difficoltà attraversate. Ha raccontato di aver vissuto anche nella metropolitana e di aver dovuto affrontare una fase di grande precarietà. A permettergli di andare avanti, secondo le sue parole, è stata soprattutto la determinazione.
«L’idea di non mollare è stata molto importante nella mia vita», ha ricordato, aggiungendo di avere ancora oggi la sensazione di non fare abbastanza. Per questo cerca di circondarsi di persone con maggiori competenze e di individuare figure di riferimento capaci di aiutarlo a crescere.
Nel suo percorso ha avuto un ruolo significativo anche la collaborazione professionale con la moglie, dalla quale sostiene di aver imparato molto. La ricerca di mentori e il confronto con persone più esperte rappresentano, dunque, una componente costante del suo metodo di lavoro.
Sul confronto tra Italia e Stati Uniti, il regista ha espresso gratitudine verso il Paese che lo ha accolto e gli ha permesso di sviluppare opportunità che, a suo giudizio, sarebbe stato difficile trovare in patria. Pur dichiarando il proprio amore per l’Italia, ha evidenziato una differenza nel modo in cui le persone e le culture riescono a collaborare.
Secondo Perego, la capacità americana di mettere insieme esperienze e provenienze diverse favorisce la nascita di nuove occasioni professionali e personali. Una visione che si riflette tanto nella sua attività cinematografica quanto nella sua vita privata, dove la pluralità culturale rappresenta un elemento centrale.
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