Castel d’Azzano, accusa di strage per i fratelli Ramponi: tre carabinieri uccisi nell’esplosione

Molotov sul tetto, gas saturi e una bottiglia incendiaria: l’ipotesi della Procura è di un piano premeditato

Strage, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione di esplosivi. Sono queste le accuse mosse dalla Procura di Verona a Dino, Franco e Maria Luisa Ramponi, ritenuti responsabili dell’esplosione che ha causato la morte di tre carabinieri a Castel d’Azzano, nel Veronese. Secondo gli inquirenti si è trattato di un’azione pianificata, eseguita nel cuore della notte all’interno di una casa fatiscente, già segnalata per la presenza di materiali esplosivi.

Il boato che ha sconvolto la notte tra il 14 e il 15 ottobre ha provocato il crollo dell’abitazione di via San Martino e la morte sul colpo di Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello. Sul posto si trovavano anche gli operatori dell’Uopi (Unità Operativa di Primo Intervento), incaricati di rimuovere le molotov individuate con i droni nei giorni precedenti. Uno degli agenti era ancora presente sul tetto al momento dell’esplosione, rimasto miracolosamente illeso.

Maria Luisa Ramponi, ritenuta figura centrale dell’attentato, è l’unica dei tre fratelli rimasta gravemente ferita: ricoverata in terapia intensiva, avrebbe attivato l’innesco all’interno di un ambiente saturo di gas. Secondo i rilievi, l’odore era percepibile anche all’esterno prima della deflagrazione.

Questa mattina, presso il carcere di Montorio, il giudice per le indagini preliminari Carola Musio ha convocato l’udienza di convalida per Dino e Franco Ramponi, assistiti rispettivamente dagli avvocati Fabio Porta e Domenico Esposito.

Intanto, la Procura ha affidato ai medici legali Francesca Bortolotti e Nicola Pagaiani l’incarico per l’autopsia sui corpi dei tre militari caduti. L’obiettivo è chiarire le cause esatte del decesso e stabilire se sia stato provocato dalla deflagrazione o dal crollo della struttura. Una TAC eseguita nelle scorse ore ha già evidenziato traumi multipli, ma gli accertamenti proseguiranno con analisi approfondite dei tessuti e dei residui presenti sui corpi.

Il reato di strage, contestato formalmente ai tre fratelli, prevede l’ergastolo anche in caso di una sola vittima, secondo l’articolo 422 del Codice Penale. In questo caso, l’azione ha causato tre morti e oltre 30 feriti, aggravando ulteriormente il quadro accusatorio.

L’operazione condotta dalle forze dell’ordine era stata organizzata nei minimi dettagli, con l’impiego di uomini e mezzi specializzati. L’obiettivo era eseguire una perquisizione per la ricerca di armi e materiali esplosivi, dopo che i fratelli Ramponi avevano più volte minacciato di far saltare in aria la casa. Le autorità avevano scelto di agire durante la notte, confidando nell’effetto sorpresa.

Il sospetto è che le valvole delle bombole di gas siano state aperte con largo anticipo, forse già mentre uno dei fratelli si trovava nella stalla adiacente. L’abbaiare dei cani, all’arrivo delle forze dell’ordine, potrebbe aver fatto intuire la presenza di estranei, anticipando l’azione.

Le immagini successive raccontano la devastazione e la rabbia. Maria Luisa è stata vista lanciare una bottiglia incendiaria poco prima della deflagrazione. Protetta da una parete, è sopravvissuta all’esplosione che ha distrutto la casa e ucciso i tre militari. I giubbotti e i caschi di Marco, Valerio e Davide sono stati trovati allineati sull’erba, vuoti.

Dino Ramponi è stato fermato sul posto, Franco ha tentato la fuga nei campi ed è stato arrestato poco dopo. Nessuno dei due ha riportato ferite. Al contrario, 34 persone sono rimaste ferite, tra carabinieri e operatori coinvolti nelle operazioni.

Il contesto familiare è segnato da anni di rancori e contenziosi legali. I Ramponi erano coinvolti in una disputa legata al pignoramento dell’immobile, e accusavano gli avvocati e le istituzioni di ingiustizie subite, maturando un sentimento di ostilità che, secondo la Procura, avrebbe motivato l’attentato.

Forte la reazione e la solidarietà da parte delle forze dell’ordine. Presso il comando provinciale dei carabinieri di Brescia — città di origine di due delle vittime — si è svolta una commemorazione spontanea con la partecipazione di Polizia di Stato, Guardia di Finanza e polizia Locale, a testimonianza dell’unità e del cordoglio che ha colpito l’intero comparto della sicurezza pubblica.

Redazione

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