La riforma della medicina territoriale, pilastro della Missione Salute del Pnrr, continua a registrare ritardi significativi, anche nel territorio bresciano. Nonostante il rinvio della scadenza nazionale dal 31 marzo al 30 giugno 2026, lo stato di avanzamento delle Case di comunità evidenzia criticità sia sul piano infrastrutturale sia su quello dei servizi effettivamente attivati.
A livello nazionale, i dati raccolti dalla Fondazione Gimbe delineano un quadro frammentato. Su 1.715 strutture previste, oltre un terzo risulta privo di dati pubblici, mentre il 37,8% non ha dichiarato alcun servizio attivo. Solo 781 Case di comunità, pari al 45,5%, presentano almeno una funzione operativa, ma appena 285 strutture (16,7%) garantiscono l’intero pacchetto dei servizi obbligatori, tra cui assistenza multidisciplinare, integrazione sociosanitaria e accesso unificato alle prestazioni.
Nel territorio dell’Ats di Brescia la situazione riflette queste difficoltà. Sono attualmente attive 24 Case di comunità su un totale di 33 programmate, ma con livelli di operatività variabili. Le strutture sono distribuite tra diverse aziende sanitarie territoriali, includendo località come Brescia, Desenzano, Chiari, Darfo e Ponte di Legno, ma non tutte risultano pienamente funzionanti.
L’unico esempio completo è rappresentato da Barbariga, dove la Casa di comunità risulta attiva al 100% dei servizi previsti, distinguendosi come modello rispetto alle altre realtà ancora in fase di sviluppo o parziale attivazione. Negli altri casi, infatti, persistono lacune rispetto agli standard fissati dal Decreto ministeriale 77/2022.
Particolarmente critica appare la situazione nel capoluogo. A Brescia città è operativa solo una struttura su quattro e non in modo completo, mentre quelle previste in via Corsica, via Marconi e via don Vender non sono ancora pienamente disponibili. I lavori in alcune sedi risultano prossimi alla conclusione, ma in altri casi si registrano ritardi tecnici o cantieri ancora in fase iniziale.
Oltre agli aspetti edilizi, emerge con forza il tema del personale. L’attivazione dei servizi dipende dalla disponibilità di medici, infermieri e operatori, una risorsa che al momento appare insufficiente. La carenza di organico rischia di compromettere l’efficacia della riforma, impedendo alle strutture già realizzate di funzionare a pieno regime.
Secondo quanto evidenziato in ambito istituzionale, servirebbero strumenti più incisivi per attrarre professionisti sanitari, come incentivi abitativi e servizi di welfare dedicati. Allo stesso tempo, viene segnalata la necessità di una maggiore coordinazione a livello regionale, per supportare le aziende sanitarie nella pianificazione e nell’ascolto dei bisogni del territorio.
Il rischio concreto è che, nonostante gli investimenti previsti dal Pnrr, la rete delle Case di comunità resti incompleta o non pienamente operativa entro le scadenze fissate, con possibili ulteriori slittamenti. Un’eventualità che metterebbe in discussione uno degli obiettivi principali della riforma: rafforzare l’assistenza sanitaria di prossimità e alleggerire la pressione sugli ospedali.
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