Caporalato nella diga di Genova: 8 arresti, coinvolta una società di Brescia

L’inchiesta della Procura di Savona ha svelato un presunto sistema di sfruttamento dei lavoratori nel cantiere di Vado Ligure. Sequestrati 277 mila euro e disposti controlli giudiziari su due società.

Carabinieri

Un’operazione dei carabinieri ha portato all’arresto di otto persone e al sequestro di 277 mila euro nell’ambito di un’inchiesta su presunti casi di caporalato legati ai lavori per la nuova diga foranea del porto di Genova. L’indagine, coordinata dalla Procura di Savona, ha coinvolto una società con sede a Brescia e una seconda realtà operante tra Liguria e altre regioni italiane.

L’operazione, denominata “Punjabi”, è scattata dopo la denuncia di alcuni lavoratori stranieri impiegati nel cantiere di Vado Ligure, dove sono in corso i lavori per la realizzazione dei cassoni in cemento armato della nuova infrastruttura portuale. Sono stati proprio alcuni operai di origine indiana a rivolgersi ai carabinieri, dando il via alle verifiche investigative.

Le successive indagini hanno portato alla luce un presunto sistema di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i lavoratori sarebbero stati reclutati attraverso società subappaltatrici e impiegati in condizioni ritenute irregolari, con retribuzioni inferiori agli standard e forti pressioni economiche.

Nel corso dell’attività investigativa sono emerse anche testimonianze di operai di origine pakistana e indiana, che hanno raccontato di essere stati impiegati senza adeguata formazione e, in alcuni casi, con documentazione sulla sicurezza considerata falsa o rilasciata da strutture compiacenti. Gli investigatori parlano di un sistema organizzato di sfruttamento basato su vulnerabilità economica e linguistica dei lavoratori stranieri.

Un ulteriore elemento emerso riguarda le condizioni abitative. Gli operai sarebbero stati ospitati in appartamenti sovraffollati nei pressi del cantiere, con la presenza anche di decine di persone per singola abitazione. Le condizioni descritte dagli inquirenti vengono definite insalubri e non conformi agli standard abitativi.

Secondo le ricostruzioni, parte dei lavoratori avrebbe inoltre dovuto restituire in contanti una quota consistente dello stipendio ai referenti delle società coinvolte. Le percentuali indicate arrivano fino al 40-60% della retribuzione, mentre le paghe effettive si sarebbero aggirate su livelli molto bassi rispetto alle ore lavorate.

Le pressioni non sarebbero state solo economiche: gli investigatori riferiscono anche il rischio di perdere lavoro e alloggio in caso di rifiuto, con conseguente espulsione dal sistema di reclutamento. In alcuni casi, secondo le dichiarazioni raccolte, sarebbe emerso anche il timore di ritorsioni verso i familiari nei Paesi d’origine.

L’inchiesta ha preso avvio nel maggio 2025 da un controllo dei carabinieri presso il cantiere di Vado Ligure, punto nevralgico per la costruzione della nuova diga del porto di Genova. Da lì si è sviluppato un lavoro investigativo che ha coinvolto diverse province italiane e il supporto dei nuclei ispettorato del lavoro.

Il giudice per le indagini preliminari di Savona ha disposto la custodia cautelare in carcere per sette cittadini indiani e un cittadino pakistano, accusati di concorso continuato nel reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Gli indagati risultano domiciliati in diverse province italiane, tra cui Brescia, Bergamo, Barletta-Andria-Trani e Messina.

Oltre agli arresti, è stato disposto il controllo giudiziario per due società coinvolte e il sequestro preventivo di 277 mila euro nei confronti della società bresciana, ritenuto profitto dell’attività illecita contestata.

Cinque ulteriori persone risultano indagate in stato di libertà, tra cui responsabili di altre imprese e un collaboratore coinvolto nelle attività di gestione della manodopera.

Redazione

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