La Commissione territoriale di Brescia ha riconosciuto lo status di rifugiata a una cittadina peruviana di 30 anni, donna transgender e sieropositiva, ritenendo fondato il rischio che possa subire persecuzioni qualora fosse costretta a rientrare in Perù. La decisione è stata resa nota dal legale della donna, l’avvocato Stefano Afrune.
Nel provvedimento viene evidenziato come, in caso di ritorno nel Paese d’origine, la richiedente potrebbe essere esposta a discriminazioni, violenze, emarginazione sociale e ostacoli nell’accesso a cure mediche adeguate, elementi ritenuti sufficienti per il riconoscimento della protezione internazionale.
Determinante è stato anche il racconto della donna, giudicato attendibile dalla Commissione, che opera nell’ambito del Ministero dell’Interno. Arrivata in Italia nel 2023, ha riferito di essere stata rifiutata dalla propria famiglia fin dall’adolescenza a causa della sua identità di genere. Secondo quanto ricostruito negli atti, avrebbe subito episodi di violenza da parte del padre e continue umiliazioni, circostanze che l’avrebbero spinta a lasciare la casa familiare all’età di 15 anni per iniziare il proprio percorso di transizione.
La Commissione ha inoltre ritenuto credibili le dichiarazioni relative alle difficoltà affrontate dopo la diagnosi di sieropositività all’Hiv. La donna ha raccontato di aver subito comportamenti discriminatori anche all’interno del sistema sanitario peruviano, sostenendo di aver incontrato ostacoli nell’accesso alle terapie e, in alcune occasioni, di essere stata perfino impedita nell’ingresso in ospedale a causa della propria identità di genere.
Seguici su
Aggiungi bresciatomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.