Due cittadini bresciani sono stati fermati dalle autorità israeliane in Cisgiordania mentre partecipavano ad attività di sostegno alla popolazione palestinese impegnata nella raccolta delle olive. Si tratta di Paula Jesus, fotoreporter e collaboratrice del Corriere della Sera Brescia, e del compagno Marco Cola, presidente dell’associazione cittadina Aole.
I due fanno parte di un gruppo di sei italiani coinvolti nel fermo di 14 volontari internazionali. L’episodio è avvenuto nei pressi del villaggio palestinese di Kafr Ni’ma, dove gli attivisti si trovavano per affiancare i contadini durante le attività agricole.
La vicenda ha provocato reazioni politiche in Italia, con esponenti dell’opposizione che hanno chiesto al governo di intervenire per ottenere il rilascio dei connazionali. Nel frattempo, il ministero degli Esteri ha attivato i canali diplomatici per seguire la situazione e assicurare assistenza ai cittadini coinvolti.
Il fermo nei pressi di Kafr Ni’ma
Secondo le informazioni diffuse dalla Farnesina, il gruppo di volontari è stato fermato venerdì nella zona di Kafr Ni’ma e successivamente accompagnato alla stazione di polizia di Modi’in Illit.
I cittadini stranieri stavano partecipando alle iniziative di solidarietà con i contadini palestinesi, impegnati nella raccolta delle olive. Un’attività che, durante la stagione agricola, vede anche la presenza di osservatori e volontari internazionali, che affiancano le comunità locali.
Tra le persone coinvolte figurano i due bresciani, la cui presenza nell’area è stata segnalata anche in relazione al lavoro giornalistico di Paula Jesus e all’impegno associativo di Marco Cola.
Le autorità israeliane hanno disposto il trasferimento degli attivisti verso il centro aeroportuale di Ben Gurion, in vista dell’avvio delle procedure di espulsione. Il rimpatrio era previsto attraverso i primi voli disponibili, secondo quanto comunicato dal ministero degli Esteri.
La posizione della Farnesina e l’intervento di Tajani
Il governo italiano ha dichiarato di seguire la vicenda attraverso la rete diplomatica presente in Israele e nei territori palestinesi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato l’attenzione della Farnesina sul caso, sottolineando che, secondo le informazioni disponibili, gli attivisti si trovavano sul posto per svolgere attività agricole e partecipare alla raccolta delle olive.
In una nota ufficiale, il ministero ha spiegato che l’ambasciata italiana a Tel Aviv e il consolato generale a Gerusalemme hanno preso contatto con le autorità israeliane per ottenere informazioni sulle circostanze del fermo.
Le richieste italiane riguardano in particolare tre aspetti: il chiarimento dei motivi che hanno portato all’arresto, il rilascio dei cittadini coinvolti e la garanzia di un’adeguata assistenza consolare durante tutte le fasi della procedura.
La Farnesina ha inoltre riferito che il gruppo sarebbe stato trasferito al centro dell’aeroporto Ben Gurion per consentire l’avvio delle pratiche di espulsione.
Le denunce sulle violenze contro i contadini palestinesi
L’episodio ha assunto una dimensione politica anche per le circostanze denunciate da alcuni rappresentanti italiani. Secondo la ricostruzione riferita dal deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, prima dell’intervento delle forze israeliane si sarebbero verificati episodi di violenza ai danni dei palestinesi presenti nella zona.
Bonelli ha sostenuto che alcuni contadini sarebbero stati picchiati da coloni israeliani e che anche i volontari internazionali sarebbero stati aggrediti. Nella sua denuncia, il parlamentare ha contestato la decisione di procedere al fermo degli attivisti anziché intervenire nei confronti dei presunti responsabili delle violenze.
Secondo quanto riferito, ai volontari sarebbero stati ritirati i passaporti. Si tratta di circostanze riportate dai rappresentanti politici italiani e che si inseriscono in un contesto di tensione già caratterizzato da precedenti episodi analoghi durante la stagione della raccolta delle olive.
Un altro caso dopo gli arresti della settimana precedente
Il fermo dei sei italiani è arrivato a pochi giorni di distanza da un’altra vicenda che aveva coinvolto cinque attivisti italiani impegnati in attività di sostegno ai contadini palestinesi.
Quattro di loro avevano accettato la procedura di espulsione immediata ed erano rientrati in Italia il 31 ottobre. Il quinto, l’insegnante Donato Ferdori, aveva invece scelto di affrontare una procedura giudiziaria prima di essere rimpatriato giovedì.
La ripetizione di episodi simili ha alimentato le critiche delle forze politiche di opposizione, che chiedono un intervento più incisivo del governo italiano nei confronti delle autorità israeliane.
Bonelli ha definito il nuovo fermo un ulteriore episodio di repressione nei confronti di persone impegnate in attività pacifiche di solidarietà , criticando la posizione dell’esecutivo italiano rispetto alle politiche del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Le opposizioni chiedono un intervento del governo
Anche il Partito Democratico è intervenuto sulla vicenda, chiamando direttamente in causa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Andrea Orlando ha chiesto all’esecutivo di dimostrare concretamente la capacità dell’Italia di tutelare i propri cittadini all’estero.
Le opposizioni ritengono necessario ottenere risposte rapide dalle autorità israeliane e garantire che i sei italiani possano rientrare senza ulteriori ritardi.
Il caso dei due bresciani si inserisce così in una questione diplomatica più ampia, legata alla presenza di volontari internazionali nei territori palestinesi e alle condizioni in cui si svolgono le attività di sostegno alle comunità agricole.
Attesa per il rimpatrio dei sei italiani
La priorità indicata dalla Farnesina resta la tutela dei connazionali e la gestione delle procedure necessarie al loro rientro. Il trasferimento verso l’aeroporto Ben Gurion avrebbe dovuto consentire l’avvio delle pratiche di espulsione, con l’imbarco sui primi voli disponibili.
Per Paula Jesus e Marco Cola, come per gli altri quattro cittadini italiani coinvolti, la vicenda ha aperto una fase di assistenza consolare e di interlocuzione diplomatica.
Il caso continua intanto ad alimentare il confronto politico in Italia, mentre restano al centro dell’attenzione le circostanze del fermo e le denunce sulle presunte aggressioni ai contadini palestinesi. La richiesta italiana è ottenere chiarimenti dalle autorità israeliane e garantire il rientro dei cittadini coinvolti.
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