Il bresciano Mingardi e il restauro del quadro caravaggesco che ha inguaito Vittorio Sgarbi

Un restauro sospetto, un quadro rubato e le dichiarazioni del restauratore che accusano il noto critico-collezionista

La storia del dipinto caravaggesco che oggi rappresenta un’accusa nei confronti di Vittorio Sgarbi, noto critico-collezionista e attuale sottosegretario alla Cultura, è davvero un affare intricato. L’opera in questione è “La cattura di San Pietro,” attribuita al pittore senese Rutilio Manetti e risalente al XVII secolo. Il dipinto era stato rubato nel 2013 dal Castello di Buriasco, nel torinese, ma ha fatto la sua riapparizione nel 2021 durante una mostra a Lucca, presentato come un pezzo “inedito” di proprietà di Sgarbi.

La vicenda ha suscitato molte polemiche e ha attirato l’attenzione di vari media, tra cui Il Fatto Quotidiano e il programma televisivo Report. Queste indagini hanno sottolineato un dettaglio intrigante: una torcia dipinta sullo sfondo dell’opera, che sembrerebbe essere stata aggiunta per distinguere il San Pietro esposto a Lucca da quello originale trafugato.

Dall’altra parte, Vittorio Sgarbi ha costantemente sostenuto di aver trovato il quadro nella sua Villa La Maidalchina, situata a Viterbo, e ha enfatizzato di non aver mai ricevuto alcun avviso d’indagine in merito. Tuttavia, al centro dell’inchiesta si trovano le dichiarazioni di Gianfranco Mingardi, un restauratore di 68 anni originario di Brescia, che ha collaborato con Sgarbi sin dagli anni Ottanta.

Il coinvolgimento di Gianfranco Mingardi

Secondo Mingardi, la tela in questione sarebbe arrivata nei suoi laboratori di Brescia il 8 maggio 2013, tre mesi dopo il furto dal Castello di Buriasco. La consegna dell’opera è avvenuta attraverso Paolo Bocedi, ex autista e amico di Sgarbi, che era stato indicato come possibile acquirente nella denuncia della proprietaria del quadro trafugato. Mingardi ha raccontato i dettagli di questa consegna insolita: “A consegnarmi la tela – ha spiegato a Bresciaoggi Mingardi – è stato Paolo Bocedi, ex autista e amico di Sgarbi che nella denuncia della proprietaria del quadro trafugato era stato indicato come possibile acquirente. L’opera mi fu portata all’uscita dell’autostrada A4, in prossimità del casello di Rovato. Senza telaio, tagliata e arrotolata come fosse un vecchio tappeto“.

Tuttavia, Mingardi ha aspettato fino alla fine del 2015 prima di iniziare i lavori di restauro sull’opera, nonostante i solleciti di Sgarbi. Il restauratore ha dichiarato: “I lavori li ho iniziati tempo dopo perché era un restauro delicato dato anche le dimensioni importanti, malgrado fosse stato tagliato dal telaio per 10 e 15 centimetri: l’equivoco delle misure diverse quindi non esiste – ha detto ribadendolo anche ai Carabinieri -. Poi i particolari dei buchi rattoppati non possono essere uguali in due quadri. Quando ho restituito il quadro, a fine del 2018 insieme ad altri dipinti che avevo sistemato e che non mi erano stati saldati, la candela non c’era. Sgarbi la racconta in maniera diversa ma quando ho lavorato sulla tela ho intuito che c’era qualcosa di strano: era tagliata, recisa e piena di buchi. Il dipinto era stato conservato in una zona di passaggio delle cucine del castello, dove si tagliavano i bolliti, e per questo si presentava sporco e malconcio. La candela però sicuramente è spuntata dopo. Ho prove fotografiche del tempo che lo dimostrano“.

Redazione

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