Colpo di scena al processo davanti alla Corte d’Assise di Brescia per Juan Antonio Sorroche, l’anarchico spagnolo accusato di aver collocato un ordigno davanti alla scuola di Polizia Polgai nel dicembre 2015. Collegato in videoconferenza dal carcere, l’imputato ha preso la parola con una lunga dichiarazione spontanea, al termine della quale ha comunicato la sua decisione di non prendere più parte al procedimento.
“Per me il processo finisce qui, non vedrete più la mia faccia”, ha affermato Sorroche, chiedendo di essere ricondotto immediatamente nella sua cella. Nel suo intervento ha sostenuto di sentirsi “una goccia nel mare ma dalla parte giusta della Storia, al fianco degli oppressi”, rifiutando qualsiasi riconoscimento di legittimità alle accuse mosse nei suoi confronti.
Già condannato a 28 anni di reclusione per un precedente attentato dinamitardo contro la sede di un partito politico – un ordigno che esplose senza provocare feriti – Sorroche ha definito lo Stato come “l’unico responsabile dello stragismo”, accusandolo di aver sempre agito nell’impunità. Da qui la sua posizione di totale rigetto nei confronti del processo in corso, giudicato una “farsa”.
L’udienza ha così segnato un punto di svolta nel dibattimento, che procede senza la partecipazione diretta dell’imputato. La sua scelta potrebbe influire sul prosieguo delle attività processuali, ma la Corte ha ribadito la volontà di portare avanti il procedimento secondo le regole stabilite.
Il caso legato all’attentato del 2015 rappresenta uno dei dossier più delicati per la magistratura bresciana, anche per la simbologia legata all’obiettivo colpito, una scuola di formazione della Polizia. La rinuncia di Sorroche a partecipare personalmente al processo non interrompe l’iter giudiziario, che proseguirà con le prossime udienze già calendarizzate.
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