È trascorso un mese dalla tragedia di Castel d’Azzano, quando il 14 ottobre l’esplosione di un casolare provocò la morte di tre carabinieri – Davide Bernardello, Marco Piffari e Valerio Daprà – e il ferimento di una trentina di persone tra militari, poliziotti e vigili del fuoco. L’episodio, causato durante le operazioni di sgombero dell’abitazione appartenente ai fratelli Ramponi, aveva scosso profondamente Verona e il Paese intero.
Da allora la Procura ha intensificato il lavoro investigativo. La pm Silvia Facciotti ha affidato ai vigili del fuoco di Mestre una nuova serie di accertamenti tecnici e chimici sulle macerie raccolte nelle settimane successive all’esplosione. L’obiettivo è ricostruire con precisione gli elementi che hanno determinato lo scoppio, individuando sostanze e inneschi che potrebbero aver contribuito alla deflagrazione.
Parallelamente, si attendono gli esiti di una consulenza già avviata con i Ris di Parma, incaricati di esaminare i vestiti dei tre fratelli e altri reperti. Le analisi puntano a individuare eventuali tracce di benzina o altri materiali combustibili, necessari a definire il ruolo dei singoli indagati nella vicenda.
Intanto due dei fratelli, Dino e Franco Ramponi, difesi dagli avvocati Fabio Porta e Domenico Esposito, rimangono detenuti nel carcere di Montorio. La terza indagata, Maria Luisa Ramponi, è ancora ricoverata all’ospedale di Borgo Trento, dove nei giorni scorsi è stata sottoposta a un nuovo intervento chirurgico per le lesioni riportate nell’esplosione. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma non è ancora stata fissata la data delle dimissioni. Non appena sarà possibile, la donna dovrà comparire davanti al gip Carola Musio per essere ascoltata nell’ambito dell’inchiesta.
Sul fronte giudiziario, si attende la pubblicazione delle motivazioni del Tribunale del Riesame di Venezia, che ha respinto le richieste di modifica delle misure cautelari avanzate dai difensori dei due fratelli detenuti. Il Riesame ha confermato l’intero impianto accusatorio, ritenendo che Maria Luisa avrebbe attivato l’innesco dello scoppio, e che i suoi fratelli fossero consapevoli della pericolosità dell’ambiente in cui vivevano, un casolare pieno di bombole di gas conservate senza adeguate misure di sicurezza.
L’accusa per tutti e tre i fratelli rimane invariata: strage in concorso, resistenza a pubblico ufficiale e detenzione illegale di esplosivi. Nel frattempo, la comunità continua a ricordare i tre carabinieri caduti nell’adempimento del servizio, mentre proseguono gli approfondimenti per chiarire ogni aspetto della vicenda.
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