Al sedicesimo piano del grattacielo Cimabue, la madre anziana di Mariam è immobile sotto quattro coperte, prigioniera del gelo che da giorni assedia la casa. Due piani più in basso, Alexandra usa il forno per scaldare i suoi gemellini di appena un anno e tre mesi. In quell’appartamento vivono in sei, compresa una persona invalida, e l’unico punto caldo è diventato lo spazio davanti al forno acceso.
Ahlam corre tra casa e scuola: suo figlio di tre anni ha preso l’influenza. L’inverno è arrivato senza riscaldamento, e in questo stabile di diciotto piani (sedici abitati), di proprietà comunale ma gestito da Aler, vivono oltre 75 famiglie. Molte non hanno nemmeno acqua calda, alcune neppure acqua corrente.
Impianti guasti e attese infinite
Il riscaldamento non funziona. La centrale termica è fuori uso per un guasto a un componente chiave, la pressione dell’impianto è instabile e si sono formate bolle d’aria che bloccano la distribuzione del calore. Si parla di un pezzo “in arrivo”, forse martedì, ma intanto la portineria riceve 70 segnalazioni al giorno. Tutte con lo stesso messaggio: “Abbiamo freddo”.
Antonio, uno degli inquilini, denuncia un degrado strutturale cronico. Indica i piani superiori: “Più sali, più è freddo. Alcuni sono completamente senz’acqua. C’è una famiglia con due bambini piccoli che vive così: è inaccettabile”.
Storie di ordinaria resistenza
Il suo racconto si aggiunge a quello di Diana Akasi, badante e residente dal 2007, che sottolinea: “Il riscaldamento funziona a singhiozzo da anni. Paghiamo l’affitto ogni mese, chiediamo solo il minimo: acqua calda e termosifoni”. Aggiunge un dettaglio carico di amarezza: “Qui non ci sono solo stranieri, ma anche molte famiglie italiane. Il freddo non guarda la provenienza”.
Mariam annuisce: “Questa casa è sempre stata fragile, ora è tutto crollato. Ci parlano di un pezzo che deve arrivare, ma nel frattempo i nostri figli si ammalano”. Eppure, l’ultima bolletta dell’acqua ha superato i 700 euro.
Alexandra racconta che in casa il forno è diventato il nuovo calorifero: “Ne abbiamo uno che va, uno tiepido, gli altri sono freddi. Per lavarci scaldiamo l’acqua nelle pentole”.
Ahlam conferma: “Dentro casa fa più freddo che fuori”.
Mancata manutenzione e silenzi istituzionali
Antonio ha dovuto chiamare persino i Vigili del fuoco, dopo che ha iniziato a piovergli in casa: “Il tubo era arrugginito. I pompieri stessi si sono chiesti da quanti anni manca la manutenzione. Nessuno interviene, nessuno si assume la responsabilità. Le competenze si rimpallano, ma intanto il degrado aumenta”.
L’impressione diffusa è quella di una disattenzione sistemica verso chi abita le case popolari. Gli impianti non funzionano, le manutenzioni non vengono eseguite, e chi segnala riceve risposte vaghe o nessuna risposta.
La richiesta: un intervento immediato
Per Umberto Gobbi, attivista di Diritti per Tutti, la situazione è ormai insostenibile: “È una vera emergenza. Non si può restare al gelo per giorni. Comune e Aler devono agire subito. Serve un intervento d’urgenza, non tavoli o piani futuri”.
Nel frattempo, gli inquilini sopravvivono tra coperte, stufette, forni accesi e pentole d’acqua calda. Le famiglie resistono come possono, ma non è solo questione di disagi: la salute è a rischio, soprattutto quella di anziani, bambini e persone fragili.
Quando il problema non è tecnico, ma politico
La vicenda della torre Cimabue è semplice, quanto grave. C’è un impianto termico rotto da anni, una manutenzione mai effettuata in modo adeguato, e centinaia di persone che pagano per un servizio che non ricevono. Il resto è burocrazia, silenzi e rimpalli di responsabilità.
La politica parla di rigenerazione urbana, piani strategici e progetti a lungo termine. Ma qui mancano le basi essenziali: un riscaldamento funzionante e l’acqua corrente. Senza questi, non si tratta di un problema sociale, ma di un fallimento politico.
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