Esplosione di Castel d’Azzano, ore di interrogatorio per Ramponi

Il detenuto nel carcere di Vicenza ribadisce la propria versione davanti ai pm: l’accusa resta strage per la morte di tre carabinieri.

Si è concluso poco prima delle 18.30, dopo diverse ore di confronto, l’interrogatorio di Franco Ramponi nel carcere di Vicenza, dove è detenuto dal 22 dicembre scorso. Il procuratore della Repubblica Raffaele Tito e il sostituto Silvia Facciotti hanno lasciato la casa circondariale al termine dell’audizione nell’ambito dell’inchiesta sull’esplosione avvenuta nella notte del 14 ottobre a Castel d’Azzano.

Per Ramponi e per i fratelli Dino e Maria Luisa l’accusa è di strage. Secondo la ricostruzione investigativa, l’abitazione di famiglia in via San Martino, satura di gas, sarebbe esplosa dopo che Maria Luisa avrebbe lanciato un accendino sul pavimento cosparso di carburante, innescando la deflagrazione. Il crollo dell’edificio costò la vita a tre carabinieri — Valerio Daprà, Davide Bernardello e Marco Piffari — e provocò il ferimento e ustioni a una ventina tra militari e agenti di polizia intervenuti sul posto.

Durante l’interrogatorio, Ramponi ha confermato la versione già fornita in precedenza. Ha dichiarato di essere uscito dall’abitazione intorno alla mezzanotte per recarsi nella stalla ad accudire le vacche, sostenendo di non essere più rientrato in casa prima dell’esplosione. Una ricostruzione che, secondo gli inquirenti, sarebbe smentita dalle immagini di una telecamera di sorveglianza: le riprese avrebbero immortalato due sagome uscire dall’abitazione attorno alle 3 del mattino, circa un quarto d’ora prima della deflagrazione.

Nonostante questo elemento, l’indagato non avrebbe modificato la propria posizione. Assistito dal nuovo collegio difensivo — all’avvocato Luciano Arcudi si è affiancato Andrea Premier del foro di Milano — ha ribadito di essere rimasto nei campi dopo aver notato i lampeggianti e sentito l’esplosione. Avrebbe inoltre riferito di aver chiesto al fratello Dino di verificare quanto stesse accadendo, sostenendo di essere rimasto nascosto fino alle 8 del mattino, quando è stato arrestato dalla polizia.

Nel corso dell’esame, Ramponi avrebbe richiamato anche le vicende legate al pignoramento dell’immobile. Nel 2024 si sarebbero susseguite diverse trattative in merito alla casa, culminate il 18 novembre con la notifica dell’ordine di liberazione da parte del custode giudiziario. In quell’occasione, secondo quanto emerso, i tre fratelli sarebbero saliti sul tetto minacciando di gettare una bottiglia incendiaria nella canna fumaria. Un episodio che per l’accusa rappresenterebbe un elemento significativo nel delineare il contesto di tensione e le possibili intenzioni degli indagati.

Ramponi, tuttavia, avrebbe sottolineato che quel giorno, dopo l’allontanamento dei carabinieri, i vigili del fuoco sarebbero entrati nell’abitazione per effettuare controlli. Ha inoltre cercato di escludere l’aggravante della premeditazione, sostenendo che non vi fosse la possibilità di prevedere un nuovo accesso notturno da parte delle forze dell’ordine, dal momento che le precedenti trattative si erano svolte sempre durante il giorno.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, ogni volta che il custode si presentava, i fratelli avrebbero minacciato di far saltare in aria la casa. Una minaccia che, nella notte del 14 ottobre, si sarebbe trasformata in tragedia, con conseguenze drammatiche per le forze dell’ordine intervenute.

L’inchiesta prosegue per chiarire ogni aspetto della vicenda e definire le responsabilità individuali. L’accusa di strage resta al centro del procedimento, mentre le dichiarazioni rese in carcere saranno ora oggetto di ulteriore valutazione da parte della Procura.

Redazione

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