Nuove incertezze si affacciano sullo scenario economico internazionale, con stagflazione e recessione che tornano tra i principali timori per Europa e Italia. A pesare è l’escalation del conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, con una conseguenza immediata e rilevante: la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio globale di energia.
I primi segnali si avvertono anche a livello locale. Nel Bresciano, territorio fortemente orientato all’export, cresce la preoccupazione per gli effetti indiretti della crisi. Il tema è stato al centro dell’ultimo incontro di “Scenari & Tendenze”, osservatorio economico promosso da Confindustria Brescia, che ha analizzato i possibili sviluppi del nuovo quadro geopolitico.
Prima dell’apertura del nuovo fronte di crisi, le stime indicavano una crescita globale del Pil al 2,6%, dopo il +2,8% del 2025. Tuttavia, il conflitto ha modificato radicalmente le prospettive, con una revisione al ribasso attesa a livello internazionale. Le economie principali mostrano già segnali di rallentamento: Stati Uniti, Europa e Cina potrebbero registrare performance inferiori alle attese iniziali.
Per il sistema produttivo bresciano, il legame con l’area del Golfo è significativo. Nel 2025 l’export verso questi mercati ha raggiunto 594,2 milioni di euro, in crescita rispetto all’anno precedente, a fronte di importazioni pari a 37,2 milioni. Uno scenario che rischia ora di complicarsi ulteriormente.
Secondo il Centro Studi di Confindustria Brescia, un eventuale allargamento delle tensioni ad altri snodi strategici come lo stretto di Bab el-Mandeb metterebbe a rischio flussi commerciali per oltre 2 miliardi di euro, tra export (832 milioni) e importazioni (1,263 miliardi). A ciò si aggiunge l’impatto già registrato dei dazi statunitensi, che hanno contribuito a una riduzione del 4,8% delle esportazioni tra il 2024 e il 2025.
Tra i fattori più critici emerge l’andamento dei prezzi energetici. Un aumento del petrolio fino a 100 dollari al barile, secondo alcune stime, potrebbe determinare un incremento dell’inflazione globale dello 0,7%. Una dinamica che influenzerebbe le politiche delle banche centrali, costrette a rivedere le strategie adottate negli ultimi anni.
L’analisi evidenzia inoltre segnali preoccupanti nei mercati finanziari: l’aumento dei rendimenti sia a breve che a lungo termine riflette aspettative di inflazione più elevata e timori sulla sostenibilità dei conti pubblici. In questo contesto, cresce anche la probabilità di una recessione globale, con indicatori che si avvicinano alla soglia del 50%.
Il rischio di stagflazione – una combinazione di crescita debole e inflazione elevata – rappresenta uno degli scenari più complessi da gestire per le economie avanzate. Le difficoltà di approvvigionamento delle materie prime, già visibili, potrebbero aggravare ulteriormente la situazione.
Il quadro attuale si inserisce in una sequenza di shock globali che hanno segnato gli ultimi anni: dalla crisi finanziaria del 2008 alla pandemia, fino alla guerra in Ucraina. Secondo gli analisti, il mondo potrebbe essere entrato in una nuova fase caratterizzata da instabilità strutturale e tensioni ricorrenti.
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