Omicidio Rovetta: dopo 36 anni si apre il processo a catania

Alla sbarra il presunto mandante del duplice omicidio legato al rifiuto del pizzo alle acciaierie Megara

Dopo oltre tre decenni, arriva una svolta giudiziaria nel caso dell’omicidio di Alessandro Rovetta, il manager bresciano ucciso nel 1990 a Catania insieme al collega Francesco Vecchio. Il processo prenderà il via il 7 luglio davanti alla Corte d’assise, segnando un passaggio cruciale in una vicenda rimasta a lungo senza un esito definitivo.

Il delitto risale al 31 ottobre 1990, quando i due dirigenti delle Acciaierie Megara furono colpiti a morte all’interno dello stabilimento. Secondo le ricostruzioni investigative, l’omicidio sarebbe stato una risposta al rifiuto di pagare il pizzo imposto dalla criminalità organizzata, una scelta che avrebbe innescato la reazione violenta di Cosa Nostra.

A comparire in aula sarà Aldo Ercolano, 65 anni, ritenuto il mandante del duplice omicidio. Figura ritenuta vicina ai vertici mafiosi catanesi, Ercolano è indicato dagli inquirenti come coinvolto, insieme a soggetti non identificati, nella pianificazione dell’agguato. Il rinvio a giudizio è stato disposto dal giudice per l’udienza preliminare su richiesta della Procura generale di Catania, che aveva riaperto e avocato l’indagine nel 2024 dopo precedenti richieste di archiviazione.

L’agguato costò la vita a Rovetta, allora 38enne, e a Vecchio, 52 anni, originario di Acireale. I due furono uccisi con colpi di arma da fuoco esplosi da sicari, in un contesto che evidenziava il forte controllo mafioso sul territorio e sulle attività economiche.

Oltre all’omicidio, il procedimento giudiziario affronta anche un presunto sistema di estorsioni legato alle stesse acciaierie. Dopo la morte dei due dirigenti, le quote dell’azienda furono acquisite da Alfa Acciai, che secondo l’accusa sarebbe stata costretta a versare ingenti somme di denaro alle organizzazioni mafiose operanti tra Catania, Caltanissetta e Palermo.

Le indagini parlano di pagamenti per cifre complessive rilevanti, distribuiti nel tempo. Le richieste estorsive sarebbero state inizialmente negate dai vertici aziendali, per poi emergere nel corso degli accertamenti grazie agli elementi raccolti dagli investigatori.

Nel processo risultano imputate anche altre persone, accusate a vario titolo di aver partecipato al sistema estorsivo. Tra queste, soggetti ritenuti coinvolti nell’organizzazione, nella gestione delle trattative e nella riscossione del denaro. Secondo la Procura, il meccanismo avrebbe coinvolto esponenti di rilievo di Cosa Nostra, alcuni dei quali nel frattempo deceduti.

Il procedimento rappresenta un momento significativo nella ricostruzione di una vicenda che intreccia criminalità organizzata ed economia. Al centro resta il rifiuto di piegarsi alle logiche mafiose, una scelta che, secondo l’accusa, avrebbe portato al tragico epilogo del 1990.

L’avvio del processo potrebbe contribuire a fare luce definitiva su uno dei casi più emblematici legati alle infiltrazioni mafiose nel tessuto imprenditoriale, riportando l’attenzione su una pagina di cronaca che ha segnato profondamente il territorio.

Redazione

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