Le segnalazioni su presunti comportamenti offensivi e sessisti all’Università degli Studi di Brescia non riguarderebbero soltanto il dipartimento finito al centro delle recenti denunce pubbliche degli studenti. Secondo quanto emerso dagli sportelli di ascolto e supporto, episodi simili sarebbero stati segnalati anche nell’area di Medicina.
La vicenda ha spinto diversi centri antiviolenza bresciani a intervenire pubblicamente, dopo la diffusione delle lettere con cui studentesse e studenti hanno denunciato comportamenti ritenuti offensivi, discriminatori e sessualizzanti attribuiti a un docente universitario.
A firmare la presa di posizione congiunta sono Butterfly Centro Antiviolenza e Case Rifugio, Casa delle Donne, Donne e Diritti, Viva Donna, Rete di Dafne e Chiare Acque.
Nel documento, le associazioni esprimono «piena vicinanza e sostegno» agli studenti che hanno deciso di denunciare pubblicamente episodi considerati lesivi della dignità personale e del clima universitario.
Secondo i centri antiviolenza, uno degli aspetti più critici è il rischio di minimizzare situazioni di questo tipo definendole semplici battute o manifestazioni di goliardia. Una lettura che le associazioni respingono con decisione.
Nel comunicato viene sottolineato come le testimonianze raccolte descrivano comportamenti capaci di generare umiliazione, intimidazione e svilimento, contribuendo alla creazione di un ambiente percepito come ostile e insicuro, in particolare dalle studentesse.
Le associazioni evidenziano inoltre le conseguenze concrete che questi episodi possono avere sulla vita universitaria e sul benessere psicologico degli studenti coinvolti. Tra gli effetti indicati figurano disagio, paura, isolamento e rinuncia agli spazi formativi.
Il tema viene collegato direttamente anche al diritto allo studio. Secondo i centri antiviolenza, quando alcune studentesse decidono di interrompere la frequenza di un corso perché non si sentono al sicuro, si configura una violazione del diritto a vivere l’università come un ambiente inclusivo e rispettoso.
Nel documento si richiama anche il problema della cosiddetta “cultura del silenzio”, che può emergere quando il prestigio o il ruolo di alcune figure accademiche scoraggiano eventuali denunce. Le associazioni chiedono quindi che le segnalazioni vengano affrontate dall’ateneo con «serietà, responsabilità e trasparenza».
Secondo i centri antiviolenza, non sarebbe sufficiente intervenire solo nel momento in cui i fatti diventano di dominio pubblico, ma sarebbe necessario attivare strumenti efficaci di prevenzione e tutela all’interno dell’ambiente universitario.
Alla vicenda si aggiunge anche la presa di posizione del professor Saverio Regasto, ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Brescia.
Il docente ha dichiarato che, dopo le notizie emerse, si sarebbe aspettato «una presa di posizione netta e chiara» a tutela degli studenti che hanno denunciato i fatti, oltre alla convocazione immediata degli organi di governo dell’ateneo, a partire dal Senato accademico.
Pur richiamando il principio della presunzione di innocenza e la necessità di verificare accuratamente i fatti, Regasto sottolinea come gli studenti rappresentino spesso «la parte debole del sistema universitario» quando decidono di esporsi pubblicamente.
Il professore si è inoltre chiesto se la vicenda sia già stata portata all’attenzione dell’autorità giudiziaria per eventuali accertamenti.
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