Strage di piazza Loggia, respinto l’arresto di Marco Toffaloni

La Corte d’appello di Brescia ha respinto la richiesta della Procura generale di disporre il carcere per l’uomo condannato a 30 anni per la strage del 28 maggio 1974. Per i giudici non sussistono elementi sufficienti a dimostrare un pericolo concreto e attuale di fuga. Il procuratore generale Guido Rispoli ha presentato ricorso al tribunale del Riesame.

Nuovo sviluppo giudiziario nel procedimento relativo alla strage di piazza della Loggia, l’attentato terroristico che il 28 maggio 1974 provocò otto morti e oltre cento feriti a Brescia. La Corte d’appello ha respinto la richiesta di arresto presentata dalla Procura generale nei confronti di Marco Toffaloni, condannato a 30 anni di reclusione per il suo coinvolgimento nella strage.

La decisione, resa nota martedì 13 ottobre 2026, si basa principalmente sull’assenza di elementi sufficienti per dimostrare che l’uomo possa sottrarsi concretamente alla giustizia attraverso una fuga. Toffaloni vive in Svizzera, possiede la cittadinanza elvetica e ha impugnato la condanna in Cassazione.

La Procura generale, tuttavia, non intende fermarsi alla decisione dei giudici bresciani. Il procuratore generale Guido Rispoli ha depositato ricorso al tribunale del Riesame, chiedendo di rivalutare la necessità della misura cautelare.

Perché la Corte d’appello ha respinto la richiesta di arresto

Al centro della decisione c’è la valutazione del rischio di fuga. Secondo i giudici, gli elementi presentati dall’accusa non dimostrerebbero l’esistenza di un pericolo concreto e attuale tale da giustificare la custodia in carcere.

Nelle motivazioni, la Corte ha richiamato il trasferimento di Toffaloni in Svizzera e l’acquisizione della cittadinanza elvetica, avvenuti molto prima che emergesse l’ipotesi di un suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla strage.

Per i magistrati, queste circostanze non possono essere considerate, da sole, la prova di una volontà di sottrarsi alle conseguenze giudiziarie della condanna.

Un ragionamento analogo riguarda la cancellazione dell’uomo dall’anagrafe italiana, risalente al 2000. Anche questo passaggio, secondo la Corte d’appello, non sarebbe collegato alle accuse formulate nei suoi confronti.

La residenza all’estero e la cittadinanza svizzera, dunque, non sono state ritenute sufficienti a dimostrare un rischio concreto di fuga. La valutazione dei giudici si concentra sulla necessità di individuare circostanze specifiche e attuali, senza attribuire automaticamente valore decisivo a scelte personali compiute molti anni prima.

La mancata partecipazione al processo

Un altro elemento esaminato dalla Corte riguarda l’assenza di Toffaloni al processo. Secondo i giudici, la mancata partecipazione al procedimento costituisce una scelta processuale legittima e non dimostra, in modo automatico, l’intenzione di sottrarsi alla giustizia.

Nelle motivazioni viene sottolineato che l’assenza dal dibattimento non può essere interpretata, da sola, come un comportamento inequivocabilmente diretto a evitare l’esito del giudizio.

La distinzione è rilevante ai fini della misura cautelare: per disporre il carcere non è sufficiente richiamare la mancata presenza dell’imputato o condannato al processo, ma occorre valutare l’esistenza di presupposti concreti previsti dalla legge.

La Corte ha quindi ritenuto che gli elementi esaminati non fossero sufficienti a giustificare l’arresto richiesto dalla Procura generale.

Il ricorso del procuratore generale Guido Rispoli

La decisione non chiude la questione. Il procuratore generale Guido Rispoli ha depositato ricorso al tribunale del Riesame, insistendo sulla necessità di disporre la custodia cautelare in carcere.

Il nuovo passaggio giudiziario servirà a sottoporre la richiesta a un ulteriore esame, nell’ambito delle procedure previste dall’ordinamento.

La contestazione della Procura generale riguarda dunque la valutazione delle condizioni necessarie per applicare la misura restrittiva. Da una parte, i giudici della Corte d’appello ritengono che non sia stato dimostrato un rischio attuale di fuga; dall’altra, l’accusa continua a sostenere la necessità dell’arresto.

Il tribunale del Riesame sarà chiamato a esaminare il ricorso e la richiesta della Procura generale, mentre resta distinto il percorso relativo all’impugnazione della condanna in Cassazione.

La condanna a 30 anni per la strage di piazza della Loggia

Il procedimento riguarda uno degli attentati più gravi della storia italiana del secondo dopoguerra. Il 28 maggio 1974, durante una manifestazione sindacale e antifascista in piazza della Loggia, a Brescia, una bomba collocata in un cestino dei rifiuti esplose provocando la morte di otto persone e il ferimento di oltre cento.

La strage si inserisce nel contesto della strategia della tensione, una fase segnata da attentati e violenze politiche che colpirono l’Italia durante gli anni Settanta.

La vicenda giudiziaria si è sviluppata nell’arco di decenni, con indagini, processi e nuovi approfondimenti che hanno cercato di ricostruire le responsabilità dell’attentato.

Marco Toffaloni è stato condannato a 30 anni di reclusione per il suo coinvolgimento nella strage. La condanna è stata impugnata in Cassazione, passaggio che rappresenta un ulteriore snodo del percorso giudiziario.

La decisione della Corte d’appello di Brescia sulla richiesta di arresto riguarda invece un aspetto specifico: la sussistenza dei presupposti per applicare una misura cautelare in relazione al rischio di fuga.

Una vicenda giudiziaria ancora aperta

Il rigetto della richiesta di arresto non equivale a un annullamento della condanna e non modifica, di per sé, il procedimento relativo alle responsabilità per la strage. Si tratta di una decisione distinta, concentrata sulla necessità della custodia in carcere.

Con il ricorso al tribunale del Riesame, la Procura generale punta ora a ottenere una nuova valutazione degli elementi che, secondo l’accusa, renderebbero necessaria la misura restrittiva.

Il prossimo passaggio sarà quindi l’esame del ricorso, mentre prosegue il percorso giudiziario legato alla condanna a 30 anni. La vicenda resta al centro dell’attenzione per il suo legame con uno degli episodi più drammatici della storia repubblicana e per il lungo cammino giudiziario necessario a fare luce sulla strage di piazza della Loggia.

Redazione

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