La consulenza medico-legale disposta dal Gip di Milano sul caso di Maria Miceli, ballerina e showgirl di 35 anni originaria di Manerbio, ha concluso che la giovane sarebbe stata indotta impropriamente ad abbandonare le terapie oncologiche tradizionali in favore di indicazioni terapeutiche prive di basi scientifiche. La donna è deceduta nel maggio 2023 a causa di un tumore.
Secondo quanto riportato nella perizia, la paziente sarebbe stata influenzata da soggetti esterni che le avrebbero suggerito diagnosi non corrette e percorsi di cura alternativi, portandola progressivamente ad abbandonare la chemioterapia e i controlli specialistici. La decisione di interrompere le cure sarebbe maturata all’interno di un contesto di forte condizionamento psicologico e sanitario non supportato da evidenze mediche.
L’accertamento è stato disposto dal Gip Luigi Iannelli, che nei mesi scorsi aveva accolto l’istanza della famiglia della giovane, rappresentata dall’avvocato Marco Marzari, contrario alla richiesta iniziale di archiviazione. I familiari avevano infatti sostenuto che la scelta di sospendere le terapie non fosse stata del tutto autonoma, ma frutto di influenze esterne.
La perizia evidenzia come la giovane si fosse affidata, a partire dal 2018, a due figure legate a un gruppo definito “Noi è, io sono”, descritto come un movimento con impostazioni antiscientifiche e diffidente nei confronti delle istituzioni mediche. Una delle due donne si sarebbe presentata come professionista sanitaria senza averne i titoli, mentre l’altra avrebbe assunto un ruolo di guida spirituale, proponendo pratiche alternative e percorsi “purificanti”.
Nel tempo, secondo quanto ricostruito, Maria Miceli avrebbe progressivamente abbandonato le terapie oncologiche, sostituendole con diete, integratori e pratiche non validate scientificamente. Questo allontanamento dalla medicina tradizionale avrebbe coinciso con un peggioramento della malattia, già in fase avanzata.
La consulenza tuttavia sottolinea anche un elemento centrale nella valutazione del caso: non è possibile stabilire con certezza assoluta che, anche proseguendo le cure convenzionali, la paziente avrebbe avuto una significativa aspettativa di vita aggiuntiva, a causa della gravità del tumore diagnosticato.
Proprio su questo punto si concentra la posizione della Procura, che ha richiesto l’archiviazione del fascicolo. Tuttavia, il procedimento non risulta ancora definitivamente chiuso, poiché la parte civile ha annunciato la volontà di opporsi alla decisione.
L’avvocato della famiglia ha dichiarato di voler acquisire ulteriori pareri specialistici in ambito oncologico per valutare la solidità delle conclusioni medico-legali. Inoltre, ha ribadito l’intenzione di proseguire l’azione giudiziaria almeno per ipotesi di esercizio abusivo della professione sanitaria, attribuite a una delle persone coinvolte nella vicenda.
Il caso solleva nuovamente l’attenzione sul tema della disinformazione sanitaria e sulla vulnerabilità dei pazienti oncologici di fronte a percorsi di cura alternativi non validati dalla comunità scientifica.
Le prossime decisioni della magistratura chiariranno se verrà accolta la richiesta di archiviazione o se si procederà verso un eventuale processo.
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