L’ondata di maltempo che ha colpito la Val Rabbia e altre zone della Valcamonica ha riportato in primo piano la vulnerabilità del territorio di fronte agli eventi meteorologici più intensi. A fare il punto sulla situazione ai microfoni dei colleghi di BresciaOggi è il geologo di Malonno Gilberto Zaina, che conosce da vicino le caratteristiche della valle e ha osservato l’evoluzione dei fenomeni durante la fase più critica.
Secondo una prima valutazione, lungo la Val Rabbia si sarebbero verificate almeno quattro colate detritiche, con quantità di materiale movimentato che potrebbero raggiungere complessivamente diverse centinaia di migliaia di metri cubi. Una stima definitiva, tuttavia, sarà possibile soltanto quando le precipitazioni saranno terminate e i livelli del torrente e del fiume Oglio saranno tornati a consentire l’accesso agli alvei.
Le colate e il crollo del ponte
Zaina distingue diverse fasi nell’evoluzione del fenomeno. Le prime colate avrebbero avuto una consistenza maggiormente fluida, con una presenza significativa di sabbia e ghiaia. Successivamente, invece, il materiale trasportato avrebbe contenuto numerosi blocchi di granito di dimensioni metriche.
Proprio questi massi avrebbero contribuito al crollo del ponte di Rino, uno degli effetti più evidenti dell’evento. In termini geologici si tratta di un fenomeno definito debris flow, cioè un flusso composto da acqua e materiale detritico che può raggiungere dimensioni e velocità tali da provocare conseguenze rilevanti sulle infrastrutture e sul territorio.
L’analisi delle immagini raccolte dai sistemi di videosorveglianza e monitoraggio installati in quota avrebbe inoltre fornito indicazioni sulla possibile origine delle colate. Secondo Zaina, i fenomeni sembrerebbero essere stati favoriti dal cedimento improvviso di sbarramenti temporanei formatisi negli alvei, probabilmente collegati a frane avvenute sui versanti.
Il collasso di questi accumuli avrebbe provocato il rilascio repentino di una quantità molto elevata di acqua e detriti, alimentando le successive colate.
Un fenomeno già osservato in passato
La dinamica non sarebbe completamente nuova per la Val Rabbia. Il geologo richiama infatti precedenti eventi verificatisi nel 2012 e nel 2020, quando altre precipitazioni intense avevano prodotto importanti movimentazioni di materiale.
La differenza, in questo caso, riguarda soprattutto la quantità di detriti coinvolta. Per conoscere con maggiore precisione il volume complessivo sarà necessario attendere la conclusione della fase di maltempo e la diminuzione delle portate dei corsi d’acqua.
Nel frattempo, tra gli interventi più immediati si prospettano la rimozione dei massi e dei detriti accumulati e la ricostruzione del ponte di Rino. Saranno poi le valutazioni tecniche successive a stabilire quali ulteriori opere possano essere necessarie.
Rafforzare la Protezione civile
Per Zaina, tuttavia, la risposta non può limitarsi alla ricostruzione delle infrastrutture danneggiate. La presenza ricorrente di fenomeni di questo tipo impone di intervenire anche sul fronte della prevenzione.
«La Val Rabbia ha fatto la Val Rabbia», osserva il geologo, sottolineando come la valle abbia storicamente reagito in questo modo alle precipitazioni particolarmente intense. Il territorio, quindi, deve essere considerato anche alla luce della propria naturale esposizione a fenomeni di questo genere.
La proposta riguarda soprattutto i periodi che separano gli eventi. Durante le fasi di tregua occorre affinare i piani di Protezione civile, così da migliorare la capacità di risposta quando si verificano nuove situazioni critiche.
Zaina non entra invece nel merito dell’efficacia o delle caratteristiche dei sistemi di monitoraggio installati in quota circa sei anni fa, precisando di non conoscere nel dettaglio gli aspetti relativi alla loro progettazione e installazione.
Danni anche a Stadolina di Vione
Contemporaneamente agli eventi verificatisi a Rino di Sonico, una situazione particolarmente critica si è registrata anche a Stadolina di Vione. Una consistente colata di detriti ha interessato il torrente Vallaro e l’Oglio, provocando l’uscita delle acque e l’allagamento di strade e aree prative.
Anche in questo caso i danni sono stati rilevanti, ma una parte del materiale trasportato è stata trattenuta dalle opere realizzate dopo l’evento del 2020. Briglie e vasche di accumulo hanno intercettato circa 50mila metri cubi di detriti, limitando almeno in parte le conseguenze dell’ondata.
Gli eventi della Val Rabbia e di Stadolina confermano quindi la necessità di mantenere alta l’attenzione sul rischio idrogeologico nelle aree montane. Per il geologo, oltre agli interventi di ripristino, sarà fondamentale utilizzare i periodi senza emergenze per rafforzare la pianificazione e la preparazione del territorio di fronte a fenomeni estremi che possono ripresentarsi.
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