Un duro attacco arriva dall’Anmirs, il sindacato dei dirigenti medici degli istituti religiosi, contro la gestione della crisi che sta investendo le strutture sanitarie delle Figlie di San Camillo. L’organizzazione sindacale denuncia una serie di decisioni ritenute inaccettabili, tra cui il taglio delle retribuzioni, il blocco dei compensi ai professionisti con partita Iva e l’interruzione dei pagamenti per le attività libero professionali interne.
A esprimere sconcerto per la situazione è Donato Menichella, segretario nazionale dell’Anmirs, che in una nota ha dichiarato:
“È sorprendente che in pochissimo tempo strutture che riuscivano a mantenere un elevato standard assistenziale con una gestione finanziaria sostenibile siano oggi sull’orlo del tracollo.”
Le criticità segnalate riguardano tutte le principali sedi sanitarie dell’ente religioso, tra cui l’Ospedale Madre Giuseppina Vannini di Roma, l’Ospedale San Camillo di Trento, quello di Treviso, la Casa di Cura Figlie di San Camillo di Cremona e quella di Brescia. Tutte le strutture sono accomunate da misure restrittive verso il personale medico, che secondo il sindacato sta subendo un trattamento ingiusto e senza precedenti.
Il cuore della denuncia riguarda l’atteggiamento del nuovo management, assunto di recente per risanare i conti dell’istituto. Secondo l’Anmirs, questi nuovi dirigenti avrebbero scelto di rifiutare ogni confronto con i rappresentanti del personale sanitario, agendo unilateralmente e scaricando la responsabilità della crisi sugli stessi lavoratori.
Tra le contestazioni principali spiccano:
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il blocco dei proventi derivanti dall’attività intramoenia dei medici;
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la mancata corresponsione degli emolumenti ai professionisti con contratto a partita Iva;
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l’interruzione dei pagamenti regolari previsti da contratto, anche per prestazioni già eseguite.
L’Anmirs sottolinea che, indipendentemente dalla situazione finanziaria, non è ammissibile trattenere o ritardare somme già dovute:
“Il compenso per un’attività svolta è un diritto contrattuale. L’ospedale incassa dal paziente, trattiene la sua quota e versa il resto al medico: quel residuo è di esclusiva proprietà del professionista.”
Il sindacato contesta inoltre le accuse, giudicate infondate, rivolte ai medici di essere corresponsabili del crollo economico, ribadendo che la dedizione dei sanitari è sempre stata totale e coerente con la missione caritatevole propria degli ospedali religiosi.
“L’eventuale cattiva gestione finanziaria non può essere attribuita a chi è impegnato quotidianamente in corsia,” ha conclusoMenichella.
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