Ghiacciai, crisi continua: il rischio è l’estinzione

Sulle montagne bresciane l’accumulo nevoso è crollato fino al -43%: peggiora il bilancio di massa dei ghiacciai di Adamello, Mandrone e Pisgana

La crisi dei ghiacciai alpini continua a mostrare segnali sempre più evidenti anche in provincia di Brescia. Le ultime rilevazioni del Servizio glaciologico lombardo fotografano una situazione critica sul fronte dell’accumulo nevoso, con scostamenti negativi che oscillano tra il -34% e il -43% rispetto alle medie storiche, un dato che alimenta le preoccupazioni sul futuro delle masse glaciali dell’Adamello.

Secondo gli esperti, la stagione appena conclusa è stata una delle peggiori degli ultimi decenni. Si tratta del terzo inverno più caldo degli ultimi 35 anni e del secondo peggiore dopo il 2022, anno segnato da un’anomalia negativa superiore al 55%. Un quadro che conferma un trend ormai consolidato di riduzione progressiva delle riserve nevose e glaciali.

Accumulo nevoso in forte calo sui ghiacciai bresciani

Le analisi condotte sui ghiacciai del Pisgana e del Mandrone evidenziano una netta diminuzione della neve accumulata durante il periodo invernale, elemento fondamentale per la sopravvivenza delle masse glaciali.

Sul ghiacciaio del Pisgana, a circa 3150 metri di quota, sono stati registrati 183 centimetri di neve con un equivalente in acqua (SWE) pari a 910 millimetri, valore inferiore del 34% rispetto alla media del periodo 2009-2025.

Ancora più significativo il dato del Pian di Neve, a circa 3100 metri di altitudine, dove sono stati misurati 230 centimetri di neve e un SWE di 890 millimetri. In questo caso lo scostamento rispetto alla media disponibile è pari al -40%, confermando una tendenza negativa diffusa su tutta l’area glaciale.

Il bilancio di massa dei ghiacciai appare sempre più sbilanciato, con un deficit di accumulo che riduce la capacità di rigenerazione annuale delle masse di ghiaccio.

Dati preoccupanti anche nelle quote intermedie

Oltre ai rilievi principali, gli studiosi hanno effettuato anche misurazioni in trincea tra i 2800 e i 2900 metri di quota. In queste aree sono stati registrati valori compresi tra 170 e 238 centimetri di neve, con equivalenti in acqua tra 696 e 986 millimetri.

Questi dati confermano una distribuzione irregolare dell’accumulo nevoso, con valori comunque inferiori rispetto alle medie storiche disponibili.

Secondo il Servizio glaciologico lombardo, la situazione è particolarmente rilevante perché incide direttamente sulla capacità dei ghiacciai di mantenere il proprio volume durante la stagione estiva.

Un inverno povero di neve e una primavera troppo calda

Il quadro complessivo viene aggravato dalle condizioni climatiche registrate nei mesi successivi all’inverno. Nonostante alcune fasi di innevamento abbiano consentito la presenza di copertura nevosa utile per l’attività sciistica a media quota, la situazione in alta montagna è risultata molto più critica.

Gli esperti sottolineano che febbraio e marzo hanno garantito una copertura minima ma sufficiente per l’innevamento delle piste, mentre l’impatto sugli ambienti glaciali è stato meno favorevole.

La primavera, inoltre, ha accelerato il processo di fusione. A partire da fine maggio si sono registrati circa dieci giorni con temperature tipicamente estive, che hanno provocato una mancanza di rigelo notturno fino a oltre i 3300 metri di quota, condizione particolarmente sfavorevole alla conservazione della neve residua.

Ghiacciai sempre più vulnerabili ai cambiamenti climatici

Il progressivo calo dell’accumulo nevoso si inserisce in un trend ormai consolidato che interessa l’intero arco alpino. La riduzione delle precipitazioni solide, combinata con l’aumento delle temperature medie, sta determinando un cambiamento strutturale del ciclo vitale dei ghiacciai.

La perdita di equilibrio tra accumulo invernale e fusione estiva rappresenta uno degli indicatori più evidenti della crisi climatica in alta montagna.

Gli esperti evidenziano come la continuità di stagioni con deficit nevosi possa accelerare in modo significativo la riduzione dei ghiacciai dell’Adamello, già considerati tra i più vulnerabili dell’intero sistema alpino italiano.

Il futuro dei ghiacciai bresciani sotto osservazione

Il monitoraggio proseguirà nei prossimi mesi per valutare l’evoluzione del bilancio di massa durante la stagione estiva, fase cruciale per la sopravvivenza del ghiacciaio.

La combinazione tra riduzione delle nevicate, aumento delle temperature e anticipazione del periodo di fusione lascia intravedere uno scenario sempre più critico.

La possibilità di una progressiva estinzione dei ghiacciai bresciani non è più considerata un’ipotesi remota, ma una tendenza su cui gli scienziati invitano a mantenere alta l’attenzione.

Redazione

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